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25 September 2009 @ 08:46 am
Mi chiamo O, "O" come Onnipresente (Quarta parte)  
Ero una figurina strappata a meta', tutto intorno brandelli di persone, pezzi di metallo, plastica, vetro e stoffa.
Stavo per morire, ne ero pienamente consapevole. Quanto poteva vivere un uomo nelle mie condizioni?
Dovevo aver ormai perso la maggior parte del sangue e aspettavo solo di chiudere gli occhi per sempre quando li alzai, quegli occhi, e mi vidi.
Quello che si stava alzando in piedi ben saldo sulle gambe, che si stava scrollando via la polvere dalla camicia, quello che attonito mi fissava ero io.
Un riflesso? Uno specchio? Ma perche' non avevo piu' le gambe e quell'immagine era tutta d'un pezzo?
Pensai di aver perso la ragione, che quelli erano gli ultimi istanti deliranti che mi separavano dalla morte quando una vertigine improvvisa mi colpi', una fitta alla base del collo che mi costrinse a chiudere gli occhi.
Quando li riaprii ero in piedi, aggrappato ad un sedile e osservavo quel macello.
C'erano persone che cominciavano a muoversi, sentivo gemiti, il suono di sirene in lontananza e cigolii di assestamento poi lo vidi, quel tipo diviso a meta', se ne stava senza vita proprio dove mi sembrava di essere stato fino a poco prima.
Mi assali' un attacco di nausea, mi dovetti reggere a quello che rimaneva di un sedile per non crollare a terra, incredulo di essere illeso e di aver provato quella sensazione cosi'... reale.
Arrivarono i soccorsi, due ore dopo stavo bevendo un caffe' all'ospedale ma le idee rimanevano confuse.
Ero sopravissuto al disastro, centotrentasei persone erano morte e io ero vivo e incredulo.
Mi visitarono tre diversi dottori, tutti elogiarono la mia fortuna, uno mi disse che il trauma subito era stato tale per cui avrei avuto la testa in confusione per qualche giorno, mi consiglio' riposo, di dormire il piu' possibile, di cercare di dimenticare.
Cosi' feci chiudendomi in casa per una intera settimana.

Passavano i giorni in cui il mio umore cambiava ogni minuto.
Alternavo momenti in cui mi sentivo in colpa a quelli in cui ringraziavo l'altissimo, piangevo per tutti i poveri innocenti e ridevo della mia fortuna.
Ogni tanto mi tornava in mente cio' che avevo provato, era stata una visione? Conclusi che forse quel poveretto mi aveva cosi' colpito al punto da immedesimarmi in lui.
Dimenticai, la vita riprese, mi alzavo ogni mattina e prendevo il solito treno per andare al lavoro.
Le immagini e le sensazioni pian piano sparirono per lasciarmi solo un leggero brivido lungo la schiena quando passavo vicino a quel maledetto ponte.
Poi un altro fatto, che non aveva niente a che fare con il disastro, mi riporto' nella confusione.
Zio George era all'ospedale.
Se ne stava da giorni immobile deformando appena il materasso con quel corpo sottile e malato.
Sapeva che quello sarebbe stato l'ultimo soffitto che vedeva in vita e che sarebbe stato da quel letto che la sua anima, magari dopo un paio di salti per saggiare le molle, sarebbe balzata via.
Cosi'io e la cugina Dorothy facevamo i turni per passare la notte con lui, cercando di dormire su una seggiola a rotelle che le infermiere ci avevano generosamente concesso.
Erano notti insonni e piene di fantasmi, quelli che si aggiravano per le sale tra l'odore di disinfettante e la puzza dei fiori recisi.
Zio George non riusciva quasi a parlare, con il movimento degli occhi mi faceva faticosamente capire se aveva bisogno che io gli porgessi la cannuccia per bere o se voleva che spostassi il cuscino.
Per il resto solo i rumori della sala delle infermiere interrompevano il silenzio: la debole musica di una radio a transistor e brandelli di parole che si perdevano nei lunghi corridoi per arrivare fino alle mie orecchie ormai spoglie di ogni significato.
Al mattino sentivo mia cugina, ci scambiavano il solito triste bollettino come fosse stato il testimone di una corsa a squadre: a chi sarebbe toccato dividere con lo zio gli ultimi istanti?
Accadde alle prime luci dell'alba.
In quell'ora dove di solito anche il mio corpo cedeva alla prepotenza del sonno e aveva la meglio sulla scomodita' della sedia, zio George mori' ma non prima di avermi fatto provare il suo corpo.

Avvenne all'improvviso, un secondo prima mi cullavo con il monotono movimento delle gocce che scendevano nella flebo e un attimo dopo ero steso nel letto immobile, un torpore mi attraversava il corpo e mi guardavo dormire appisolato sulla sedia a rotelle.
Notai la barba di due giorni, la camicia stropicciata e una macchia di sugo a forma di cuore. Avrei voluto alzarmi, levarmi quegli aghi, strappare la maschera dell'ossigeno e fuggire da quell'involucro che stava ormai percorrendo a gambe levate la strada verso il camposanto quando quel dolore acuto alla base del collo che avevo gia' provato mi blocco'.
Mi ritrovai sulla seggiola a fissare quello che restava di zio George.

Cominciai cosi' a pensare che non era frutto della mia fantasia cio' che provavo, le sensazioni erano troppo reali per poterle avere solo immaginate. Non sapevo bene come ma mi succedeva di uscire dal mio corpo ed entrare in quello di un altro. Questo avveniva al di fuori del mio controllo e senza una apparente ragione.
Passo' del tempo, mi documentai comprando ogni libro che trattava anche marginalmente l'argomento.
Reincarnazione, esperienze extracorporee, trasferimento di energia, niente purtroppo riusciva a far luce su quel mistero e passavo i giorni nell'attesa che l'esperienza si ripresentasse.
Non dovetti attendere molto, accadde di nuovo ed erano istanti, attimi, fino a diventare interi minuti.
Cercando di mantenere la calma riuscivo a rimanere nel corpo ospite per un tempo maggiore, pian piano imparai a conoscermi.
Scoprii che il corpo in cui mi infilavo doveva essere addormentato, che era un viaggio a doppio senso (il mio corpo veniva temporaneamente occupato dall'ospite) e che se mi concentravo potevo controllare il passaggio secondo la mia volontà.
Era molto simile all'imparare ad andare in bicicletta, all'inizio pare impossibile sconfiggere
la gravità e riuscire a rimanere in equilibrio sopra quel filo invisibile, poi la sensazione
è quella di averlo sempre saputo fare.
All'inizio me ne stavo immobile nel nuovo corpo, riuscivo appena a guardami in giro e a dominare la paura, poi cominciai a prendere coscienza e a muovermi tentennante come se fossi ai comandi di un'auto straniera.
(Continua)
 
 
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