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19 October 2011 @ 11:06 am
L'infallibile grassona  
La grassona, era sempre capace di scovarlo.
Pareva possedere poteri magici in grado di sapere quale treno avrebbe preso, su quale carrozza sarebbe salito e su quale sedile si sarebbe seduto.
Gli espedienti per cercare di evitarla si sprecavano.
A volte, in uno dei tanti tentativi, saliva sul treno e poco prima che quello chiudesse le porte scendeva.
Tornava al bar dove prendeva un caffe' con gli occhi incollati alla vetrina, lo sguardo si perdeva nella poca luce del mattino.
Come un faro fendinebbia cercava tra i viaggiatori in attesa la silouette extralarge.
Se non la scorgeva una timida speranza cominciava a scaldargli il cuore.
Dopo il caffe' prendeva un cioccolatino che scartava con una foga improvvisa, come chi si sente minacciato e sta cercando la chiave che apre la porta di casa.
Era un premio per la sua astuzia, una ricompensa da consumare in fretta perche' il nemico non concedeva debolezze.
Pagava il dovuto e poi correva verso la fine dei binari. A volte sceglieva la direzione sud, altre quella opposta, una casualita' che, secondo il suo pensare, avrebbe dovuto aumentare la possibilita' di eludere la donna.
Quando arrivava il treno successivo dava un ultimo sguardo al marciapiede poi balzava dentro una porta aperta, veloce come un ratto.

La scelta del sedile non era casuale, cercava, se possibile, di occupare l'ultimo posto libero in un gruppo da quattro in modo che la donna, anche se l'avesse scovato, avrebbe avuto meno probabilita' di assillarlo con la sua presenza.
Il piu' delle volte si sedeva stremato come alla fine della giornata, non si riusciva ad abituare a quella condizione di preda.

Tutto questo pensare, il far muovere le rotelle del cervello nell'ora in cui si invidiano i gerani e la loro immobile apparenza non serviva a nulla.
Di li' a poco la grassona arrivava, ancor prima di vederla sentiva il suo respiro avvicinarsi come l'ansimare inesorabile di una locomotiva a vapore.
Allora si faceva piccolo, nonostante si sentisse legato con pesanti corde ai binari in attesa dell'inevitabile, provava a passare inosservato.
A volte cercava rifugio dietro il libro, altre chiudeva gli occhi fingendo di dormire, altre ancora cercava qualcosa sul fondo della borsa dove infilava la testa come farebbe un cavallo con il secchio della biada.
Ma la donna arrivava, non importava se c'erano sedili liberi nelle vicinanze, se altrove avrebbe potuto accomodarsi trovando il posto per il cappotto e la borsa.

Quando alzava lo sguardo se la trovava davanti.
Era riuscita a far alzare qualcuno, aveva occupato un sedile appena liberato, non sapeva come diavolo ci fosse riuscita ma era li' di fronte.
Il corpo enorme incastrato nel sedile, le gambe corte che finivano dentro scarpe di vernice lucida, la punta dei piedi che sfiorava appena il pavimento dando l'illusione che quell'enorme pachiderma stesse in equilibrio sconfiggendo tutte le leggi della fisica.
Trovava il suo spazio e ne reclamava subito dell'altro, come acqua che inesorabile occupa tutti gli anfratti.

Allungava al ginocchio finche' non incontrava il suo.
Lui cercava di spostare la gamba, una fuga di pochi millimetri che finiva contro il sedile dove la gamba non poteva andare oltre.
Poi con fare goffo ma spietato si impadroniva del bracciolo che condivideva con il passeggero di fianco.
Non importa se ci fosse il gomito del vicino, un gesto rapido seguito da uno sbuffo era sufficente.
Quello rassegnato spostava il braccio colpevole di possedere un corpo nella media, si faceva perfino piu' piccolo del necessario proseguendo il viaggio con le spalle strette, le braccia unite e uno sguardo al cielo come il San Sebastiano del Mantegna.

Poi la donna cominciava a gettare sguardi nei dintorni.
Gli ricordava uno di quegli innaffiatori da giardino che descrivono un arco preciso e poi tornano al punto di partenza.
Occhi piccoli sprofondati nella faccia come chicci di uvetta dentro il pane dolce.
Occhi azzurro-anice, occhi freddi, vuoti, che sembravano divorare quello che stava attorno per poi vomitarlo dentro altri occhi.
Impossibile sfuggire, inchiodato al sedile rimaneva al cospetto di quello sguardo e si sentiva nudo, colpevole e sporco.
Il tempo si fermava, il paesaggio smetteva di scorrere bloccato in un fotogramma congelato, il brusio si azzittiva, pareva che tutto seguisse il ritmo imposto dai battiti del cuore della donna.

All'improvviso poi, come un uragano che perde la sua forza, la donna cominciava ad alzarsi.
Era come vedere un enorme muffin animato che si leva dallo stampo, facendo leva sul sedile e sul braccio del malcapitato vicino, si sollevava. Le sue gambe scontravano le altre finche' dopo una lunga serie di tentativi riusciva a mettersi in piedi.
Dalla sua bocca nessuna parola di scusa, solo sbuffi come se la sua educazione fosse una cornamusa sfondata in cui lei soffiava controvoglia.

Quando spariva dalla vista un generale rilassamento si impadroniva della carrozza. C'era chi si riappropriava dello spazio vitale, chi scambiava qualche parola, chi riprendeva a fischiettare il motivetto che aveva interrotto dopo la doccia.
Lui, che sapeva di essere la causa di tutto quanto, continuava a sentirsi in colpa e rimaneva li' immobile senza spostare le gambe di un millimetro.
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fuchsia_gfuchsia_g on October 19th, 2011 02:42 pm (UTC)
Un giorno, si svegliò dall'incubo vecchio che l'avvolgeva, bambina paffutella. Fino ad allora -sebbene pensasse da sempre che niente avrebbe potuto scalfire i suoi confini di pelle, un largo e squadrato maglione, perché, era chiaro, se il fine ultimo, il senso, del suo essere era lei, nel caso le fosse venuto a mancare anche uno solo di quei risvolti, non sarebbe più stata la stessa; invece, stando così le cose, gli strati su strati, poteva ritenersi soddisfatta - pur, tuttavia, aveva temuto ogni singolo sguardo puntatole addosso ogni singolo istante. Quando il treno rallentò nella sua corsa e lei scarpinava come sempre a fatica verso l'uscita, le parve però chiaro che ogni minima cellula di vita, in quel vagone, le apparteneva, era sua. Ne aveva diritto, di vita e di morte. E poteva riscriverne la storia. :)