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25 October 2011 @ 11:31 am
Sempre il treno  
E' tutto molto semplice, in fondo.
Una concatenazione di eventi apparentemente casuali.
Un insieme di coincidenze, di vettori che si incrociano, di eventi temporali che trovano una comunanza con un mezzo di trasporto.
Un treno in ritardo cuce destini nemmeno fosse il grande sarto celeste.
Quando si arriva in stazione ci si accorge da subito che c'e' qualcosa di sbagliato.
Anni di dipendenza pendolare hanno aumentato la sensibilita' delle persone.
Il colore di una giacca, una carta per terra, l'espressione del barista devono essere intonati con la quotidianita', una minima variazione puo' soltanto rivelare che qualcosa non va.
Un treno soppresso, un altro in ritardo, uno sciopero a sorpresa.
Un motivo per partire in salita, per non poter godere della mezz'ora di limbo pre-ufficio.
Una sensazione che solo le briciole di pane secco nelle mutande possono regalare.

Il monitor a cui tutti volgono lo sguardo appena varcata la porta dell'atrio (posto in alto come se fosse una divinita' a cui rivolgere preghiere) e' fitto di scritte che lampeggiano: 55 minuti di ritardo, 45 minuti di ritardo, 15 minuti di ritardo.
Quella mattina richiede che vengano da subito messe in azione le capacita' matematiche di ognuno, e' un po' come quando la professoressa di matematica annunciava un compito in classe a sorpresa.
Dunque se il treno ha 45 minuti e doveva arrivare alle 7.10 adesso che sono le 8, arrivera' tra 5 minuti? Piuttosto quello delle 7.24 che ne ha quindici dovrebbe gia' essere qui...
Insomma chi ha voglia di far di conto alle 7 di mattina?

C'e' un treno fermo sul binario, un treno senza nome.
Potrebbe essere il treno maledetto di "Viaggio di sola andata per l'inferno" o quello impestato di "L'agghiacciante treno infetto" ma siccome le alternative sono nulle, salgo.
Il treno e' pieno di persone, viaggiatori zippati in ogni cantuccio con sguardi da san bernardo (l'animale, non il cristiano).
Ombrelli (perche' piove) sono appesi ovunque e sgocciolano il loro pianto sommesso unendosi al cordoglio di quel viaggio funereo.
I finestrini sono appannati come per aumentare l'effetto "Autunno" da nebbia agli irti colli.
L'odore e' pestilenziale (lavarsi un pochino al mattino no eh? Magari una salvietta alla lavanda? Un arbre magique under-ascella? Una caramella agli agrumi strofinata nelle parti basse?)
Ad ogni stazione sale nuova umanita' e si sta tutti all'inpiedi senza un sostegno, giocando agli equilibristi e riflettendo sul senso della vita e sulla bellezza ammaliante della vita di clausura.
Poi, alchimie che non conosco generano comportamenti insoliti nelle persone.
C'e' chi ride, senza alcun motivo fissando la parete di formica che si trova a due centimetri dal naso.
C'e' chi comunica con l'altrove digitando veloce sui tastini di un cellulare brandito in alto come la fiaccola di un tedoforo.
C'e' chi comincia a parlare.
All'inizio e' un sommesso borbottio solitario, poi diventa un dialogo con il vicino che costretto dal poco spazio non puo' far altro che dare udienza, infine l'apice viene raggiunto con la modalita' comizio. Quando si crea intorno all'oratore un simbolico cerchio di pubblico e questi comincia a parlare dei massimi sistemi si raggiunge la vetta del monte disagio, si va oltre la puzza, oltre lo spazio angusto, oltre la sfiga.
La pioggia e' un valido argomento per cominciare, la poca utilita' delle pensiline quando piove forte arriva per seconda, si passa per i disservizi, si finisce con il paese e quando si raggiunge la sommita' con i discorsi sull'Egoarca (alzi la mano chi l'ha votato, nessuno eh? Vergogna! Qualcuno ci deve ben essere cavolo...) cerco febbrilmente nell'Ipod "Killers" degli Iron Maiden, aumento il volume e tutto diventa un film muto.
Quando riesco a scendere, quell'improvviso spazio mi da' le vertigini. Rapito dal nuovo sentire e schiaffeggiato dal dinamico duo pioggia-vento mi incammino felice verso l'ufficio, in fondo e' tutto molto semplice.
Prosit
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