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03 November 2006 @ 08:39 am
Il vento, piuttosto  
A Genova non fa molto freddo, ma il vento da' fastidio.
Quel giorno c'era, puntuale e forte come diceva il segnale all'imbocco dell'autostrada. E oltre alla grossa scritta arancione, il dondolio del cartellone era di per se un segnale inequivocabile.
Non poteva fare affidamento su altri mezzi per poter raggiungere il centro in tempo e i trenta chilometri che lo separavano dall'ufficio, a quell'ora del mattino gli sembravano una distanza siderale.
Si era messo addosso tutto quello che stava sotto la giacca, se avesse potuto non avrebbe esitato ad avvolgersi intorno al corpo il vecchio plaid a scacchi che copriva il divano.
Chiuse la porta di casa e si infilo' i guanti dopo aver alitato dentro un po' di fiato al sapore di caffelatte.
Sulla sella della moto ci aveva cagato un piccione ma in compenso quella parti' dopo la prima pedalata.
Fece scattare il cavalletto e accelerando a manetta schizzo' come una scheggia acuminata nell'alba incerta di quel giorno.
Appena girato l'angolo lo incontro', se ne stava al riparo del muro come un assassino spietato che brandisce un pugnale dalla lama di ghiaccio.
La tramontana gli soffio' un bacio gelido sul viso, gli occhi presero a lacrimare, abbasso' la visiera del casco e si lancio' per la discesa verso il mare come a volergli sfuggire.
Si fermo' allo STOP, guardo' a destra e poi a sinistra impacciato da tutto quello che aveva addosso, poi parti' verso Levante.
Se i windsurf hanno boma e vela, le vespe hanno manubrio e parabrezza, non c'e' differenza a parte la ragazza.
Sulla vespa la ragazza la puoi portare dietro, con il windsurf ti aspetta sulla spiaggia.
Per il resto il vento va affrontato allo stesso modo, cosi' percorreva il lungomare cercando posizioni del corpo che si adattassero alle folate.
Ando' con la mente al libro di fisica del liceo, alla dinamica dei corpi che attraversano i campi di forza, alla deviazione che subisce un vettore dalla sua traiettoria ideale.
Massa, velocita', attrito... il vento se ne sbatteva di tutto quanto: lo prendeva a braccetto e guidava le danze.
Decise che si sarebbe affidato al suo indomabile istinto di centauro. Negli anni passati aveva affrontato la pioggia un milione di volte, in due occasioni anche la neve ma era sempre riuscito a tornare a casa, a posteggiare la moto sotto il terrazzo e dopo una
doccia bollente, a guardare fuori dalla finestra della sua stanza calda come una incubatrice.
Ma quanto pareva lontano ora il dolce tepore del riscaldamento, il vento aveva preso a giocare con i laccetti dello zaino facendoli girare come eliche, cercava di insinuarsi sotto la cerniera lampo della giacca, pareva smanioso di aprire le tasche e far uscire tutto il contenuto.
La vespa continuava imperterrita a correre, il mare scuro sbatteva onde di bianca spuma contro gli scogli, qualche goccia salata rimaneva per un attimo appesa al parabrezza, le mani dentro i guanti avevano cominciato a perdere la sensibilita'.
I polpastrelli gli dolevano, minuscoli spilli li trafiggevano ogni volta che doveva usare il freno o la frizione.
Gli vennero in mente le foto sul libro dell'Everest, le necrosi sulle dita degli scalatori, arti come moncherini neri e gonfi.
Si ricordo' che lo stato irreversibile di congelamento e' accompagnato da perdita totale di sensibilita', poteva star tranquillo, sentiva abbastanza male da essere sicuro che le dita stavano alla grande.
Un paio di volte le raffiche di vento rischiarono di farlo cadere, la prima volta oltre il guard rail, la seconda contro un furgone del supermercato che proveniva dalla direzione opposta.
Dentro i gabbiotti delle fermate del bus, qualcuno sprofondato nel cappotto faceva uscire fumo dalla bocca e aveva sguardi di commiserazione per tutti i componenti del popolo delle due ruote.
Si fermo' ad un semaforo, godette del calore di una marmitta di un camion e fece finta di non essere per niente invidioso di quella donna che stava in macchina senza giacca, intrattenuta dalla musica, con in mano una lucida merendina a cui dava piccoli morsetti annoiati.
Dopo un tempo infinito arrivo'. Vicino al parcheggio gli sembro'di vedere San Pietro con un' espressione compiaciuta che gli alzava la sbarra. Lascio' la moto tutta sola a raffreddarsi dentro precise strisce bianche e sali' nel palazzo dove c'era il suo ufficio.
Quando il capo lo vide entrare con ancora in testa il casco gli chiese:
"Sei venuto in moto? Ma non hai avuto freddo?"
"Non e' che sia freddo, e' il vento che da' fastidio..." - rispose prima di abbracciare il calorifero con un trasporto mai visto prima tra un uomo e un pezzo di alluminio.

DOMANI A LUCCA!!! Yeppa!!
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