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28 June 2012 @ 09:16 am
La monotonia e' una severa maestra  
Non ne aveva nessuna voglia.
Fissava un punto lontano, oltre la tenda, oltre il vetro laggiu' dove il tetto della casa di fronte, pieno di antenne e comignoli sbeccati, diventava un tutt'uno con il cielo.
Aveva pensato piu' volte di cambiare posizione, di distogliere lo sguardo, di comandare al proprio corpo di alzarsi ma era piu' facile star li' immobile come una pianta, spento come un macchinario in modalita' "Risparmio energetico" finche' non fosse accaduto qualcosa.

In verita' si crogiolava in quei primi istanti di monotonia, quelli che richiedevano poco sforzo e precedevano quella complicata e faticosa per la quale occorreva impegno.
C'erano sveglie da puntare, vestiti da scegliere, colazioni da preparare.
E c'erano passi da effettuare e treni da aspettare, c'erano posti da scegliere, tempo da ingannare.
E c'era la folla da evitare per la quale doveva scegliere percorsi alternativi, vie poco frequentate, scomode, che allungavano il percorso.
Non voleva sembrare originale, il suo era un profondo bisogno cosi', uscito dalla stazione, imboccava la scala che porta in piazza e compiva un largo giro inutile prima di imboccare la strada dell'ufficio.
Si guardava intorno con la speranza di non essere seguito, rallentava il passo se qualcuno lo precedeva e a volte si sedeva su una panchina esercitando il diritto di non proseguire.

Tuttavia qualcuno c'era sempre e spesso doveva salutare.
Finche' teneva i pensieri dentro di lui poteva illudersi di essere al centro dell'universo in quel punto di perfetto equilibrio che da' un senso a tutto il resto, ma quando salutava, anche se il gesto era un lieve cenno del capo o un muto movimento della mano, ecco che balzava nella realta', quella dove non era solo ma faceva parte di un insieme molto ampio di persone monotone.
Sentirsi solo non era facile, raramente riusciva ad isolarsi, a sprofondare nelle pagine di un libro o ad appendersi al ritornello di una canzone perche' c'era quel cervello che continuava a ronzare come se gli fossero entrate in testa decine di vespe che non riuscivano piu' a trovare l'uscita.

Stava ancora fissando quel punto lontano quando il suono della sveglia lo richiamo' all'ordine.
Era gia' la seconda, puntata cinque minuti dopo la prima per concedersi tempo supplementare.
Quel suono ritardato sanciva la fine di ogni indugio, l'inizio delle attivita' mattutine.
Si alzo' e in cucina infilo' la tazza nel microonde, prosegui' verso il bagno, poso' le chiappe sul water poi i piedi nella doccia infine l'accappatoio sulle spalle.
Mangio' quattro biscotti infilandoli uno dopo l'altro dentro il te' mentre scriveva la lista della spesa dietro al foglietto del calendario del giorno prima.
Mise poi la tazza nella lavastoviglie, il foglietto in borsa e si lavo' i denti prima di vestirsi, cercare le chiavi, chiudere le imposte, controllare il gas, dare due giri alla serratura, salutare il portinaio, evitare le cacche dei cani.
Arrivato in stazione era gia' stanco.
Prima o poi la monotonia lo avrebbe ucciso.
Prosit
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