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01 October 2013 @ 06:38 pm
E arrivò i l giorno  
Senza guardarsi indietro e con la testa libera da qualsiasi rimorso o pentimento prese la decisione.
Era perfettamente conscio della sua pochezza, si considerava una formica qualunque, un pulviscolo dei molti, una nullità ma aveva deciso di provarci e di smettere di ingoiare quando avrebbe voluto sputare, di abbassare il capo quando avrebbe voluto dare testate nel naso, di scusarsi quando avrebbe voluto tirar giù dal vocabolario ogni genere di insulti.
Cominciò subito quel mattino dedicandosi al signor Amedeo, l'edicolante sgarbato dal quale acquistava ogni mattino il biglietto del bus.
Dopo aver buttato un pò di benzina sul retro del chiosco che andò ad impregnare la faccia basita di una donna sulla copertina di Vogue, lanciò un fiammifero e si allontanò camminando lentamente fino alla panchina dei giardini da dove poteva osservare la scena da una posizione ottimale.
Si sedette e aspetto'.
Dapprima un fumo grigio si levò oltre la tettoia, poi guizzarono fiamme che parevano vogliose di salire in cielo come anime di brav'uomini.
Il signor Amedeo, cominciò a sospettare qualcosa, lui che passava le giornate immobile con i gomiti posati su due pile di riviste e le mani a reggere la testa, lui che non trovava neppure la forza di ringraziare, lui che, se poteva, fregava sul resto cominciò ad animarsi come una marionetta a cui avevano applicato la corrente.
Pareva un animaletto dentro una gabbia che ha capito di essere in pericolo. Vide i bagliori e quando si accorse di quello che stava succedendo era ormai troppo tardi.
L'uomo spalanco' la porta ed usci' mentre l'incendio divampava rapido: come uno spirito infernale camminò lungo le corde e scese dalle mollette a cui erano attaccate le riviste di automobilismo, proseguì sulla pila dei quotidiani dove aumentò di intensità, sciolse come fossero di burro, alcune scatole di plastica che contenevano modellini d'epoca e poi, e fu una grande soddisfazione, si insinuò nel cassetto dove l'uomo teneva le banconote.
Le fiamme voraci non fecero distinzione, il combustibile con la filigrana era buono come qualunque giornalaccio da parrucchiera.
Poi lo vide annientato in ginocchio con il viso rischiarato dalle fiamme che ormai avvolgevano la casupola come un unico ed enorme essere di fiamma.

Fu allora che decise che ne aveva abbastanza, si allontanò lungo viale Piersanti mentre la sirena dei pompieri che avrebbe avuto l'incombenza di spegnere il rogo, sembrava piangere di disperazione.
La sua giornata proseguì sull'autobus, o meglio così sarebbe andata se l'autista non avesse deciso di tirar dritto lasciandolo come una statua con il braccio sollevato e una faccia da bambino a cui hanno sottratto la merenda.
Sul taccuino dove scriveva la lista della spesa e i pensieri che riteneva degni di non finire nell'oblio, segnò il numero dell'autobus.
Con un taxi arrivò al capolinea, si avvicinò alla piccola costruzione che fungeva da riparo per gli autisti, aspettò che fosse vuota (gli autisti vivono la loro esistenza nei tre stati di guida, fumo e caffè) e aprì il registro dei turni.
Impiegò un attimo per trovare il numero della vettura e il nome dell'autista scortese.
Grazie ad un elenco telefonico che consultò in una vicina cabina trovò il suo indirizzo, in quella città c'era solo uno stronzo con quel cognome, ringraziò mentalmente la fortuna e si avviò in quella direzione.
Suonò il campanello per verificare che in casa non ci fosse nessuno, poi apri' la porta con una sbarra di ferro che aveva trovato accanto alla saracinesca del carrozziere all'angolo.
Entrato in casa si guardò intorno finchè non gli venne un idea.
Comincio' a legare oggetti, trovo' due rotoli di spago in dispensa e li utilizzò fino alla fine, intreccio' tra loro cavi elettrici, prolunghe, formo' una lunga collana che terminava con il frigo.
Levò dai cardini la porta della sala, la appoggiò alla finestra ricavando una rampa e con una certa fatica sollevò il bianco elettrodomestico fino a raggiungere il davanzale dove lo affidò alla forza di gravità.
Quello si porto' dietro il resto, un treno di oggetti che pareva senza fine e che andavano a schiantarsi nel cortile cinque piani più in basso.
Il televisore al plasma, lo stereo, un servizio di piatti, una collezione di statuine di peltro, alcuni capodimonte (considerò la loro eliminazione come un favore all'umanità) e poi quadri, vasi, seggiole, una pendola, un cane di ceramica, pirofile, una collezione di dischi in vinile, vasi di marmellata, una playstation 3, una cassetta degli attrezzi e quattro volumi dell'enciclopedia Motta.
Durante l'operazione qualcuno si affacciò alle finestre del palazzo di fronte ma nessuno fece più di quello, la curiosità' vince sempre sul resto.
Mentre la finestra continuava a vomitare quel rosario di masserizie, uscì dalla porta, scese le scale, imboccò il portone e fu di nuovo in strada con l'unico rammarico di non poter vedere la faccia dell'autista Franco Bergamini al suo rientro a casa.

Come si sentiva leggero! Privo di peso e immortale. Si fermo' al tavolino di un bar all'aperto dove un cameriere gentile ed efficiente gli servi' un cappuccino e una buonissima brioche alla crema.
Penso' che con tutta probabilità' i colpevoli non avrebbero mai collegato la sventura come conseguenza del loro comportamento ma forse il suo intervento avrebbe seminato un piccolo germoglio che con il tempo sarebbe cresciuto e avrebbe cambiato le persone.
Finita la colazione pagò il conto lasciando una generosa mancia, se con una mano aveva cominciato a brandire la scure affilata dalla giustizia, l'altra manteneva la virtù di premiare le persone degne.
Tornò verso casa, chissà se la signora Verzuti aveva di nuovo bagnato il suo balcone innaffiando i gerani.