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28 January 2014 @ 10:35 am
A volte  
A volte scrivere fa bene, posare le idee che ronzano in testa sopra un foglio, fissarle, capire se hanno qualcosa da dirci e' come ascoltare un amico che ci dice proprio quello che vogliamo sentire.
A volte, nostro malgrado, tratteniamo le parole, le facciamo rimbalzare dentro di noi e ad ogni scontro si affilano, spuntano spine che come sadici aguzzini ci fanno male in mille e sottili modi diversi.
Quando non sopportiamo piu' il dolore allora, prendiamo un foglio e cominciamo a scrivere, senza sapere da dove cominciare perche' abbiamo troppo dentro e tra quella folla le poche parole utili, quelle necessarie per comporre frasi e pensieri compiuti, escono a fatica.
Quasi come un pianto che stenta ad arrivare, un temporale che si annuncia e poi, dopo un cielo elettrico di attesa, sotto il quale gli uccelli smettono di volare e il vento comincia a sentirsi prima come uno spiffero che ci infastidisce e poi prepotente annuncia le prime gocce di ferro e il rumore aumenta e brontola e il cielo si tramuta in piombo e un ultimo raggio di sole brilla sul mare prima di venire inghiottito, e finalmente inarrestabile scoppia.
Il temporale.
Escono le parole, cadono come gocce. Le prime sollevano sbuffi di polvere, le seconde colorano l'asfalto poi non le conti piu'. Aumenta il rumore, diventano pioggia che il vento dell'estro dirige come farebbe un bambino e il suo inaffiatoio.

A volte scrivere e' come stendere i panni e stare ad osservare la nostra forma dentro di essi.
Quando il sole li rende trasparenti arriviamo perfino a vederci dentro pezzi di anima impigliata come ciuffi di lana di pecora nel filo spinato.
Appena una nuvola oscura il sole ecco che quelli si trasformano, diventano tagli di carne appesi in macelleria, non piu' involucri di stoffa ma pezzi di noi.
All'improvviso riconduciamo tutto alla caducita' dell'esistere, all'ironia di questa vita che viviamo senza davvero capirla, nella quale spesso siamo appesi da mollette ad un filo che abbiamo la presunzione di aver steso, di aver scelto il miglior punto dove fissare i due capi, di aver tracciato un percorso che ardito recide in due l'aria sopra il quale ogni giorno cerchiamo di stare in equilibrio.
Siamo solo funamboli traballanti che comunque ci provano.
Alcuni pensano perfino che se dovessero cadere, troverebbero un soffice tappeto di parole ad attutire la caduta.
Altri si allenano, tracciano per terra una riga col gesso, ci posano sopra i piedi, immaginano di essere in aria.
Ma non e' la stessa cosa.
Prosit
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