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18 March 2014 @ 04:38 pm
La sua migliore amica  
Nacque.
Apparve in mezzo alle gambe della madre come un cagnolino curioso che spunta dalla cuccia.
La luce che proveniva dalla finestra ne illuminava una parte, pareva come se le tenebre ne avessero preteso una meta' e l'altra avesse acconsentito.
Non appena l'ostetrica ne senti' tutto il peso tra le mani, mentre il dottore recideva il cordone ombelicale e la madre poteva finalmente smettere di spingere e soffiare come un canotto che si sgonfia, la donna si accorse che qualcosa non andava.
Non era certo un anomalia che potesse passare inosservata ne' qualcosa che si puo' ignorare come una piccola voglia in fondo alla schiena.
La lavo' con cura, la avvolse in un lenzuolo poi la porto' alla madre.
Quando la creatura trovo' collocazione tra le sue braccia chiese: "Ha gia' pensato al nome?" La madre esausta ingoio' un po' di saliva poi rispose:
"Sono indecisa tra Rebecca e Domitilla..."
"E' fortunata!" - rispose l'uomo e forse indossando il mantello dell'ironia a tutti i costi prosegui': "Puo'usarli entrambi!"
Fu allora che la madre di accorse che la sua bambina aveva qualcosa in piu', dove tutti hanno la nuca lei possedeva un'altra faccia.
Pareva un erma bifronte, una di quelle figure mitologiche del Dio Giano tanto care ai romani.
Guardo' l'uomo che rispose con uno sguardo e una alzata di spalle che voleva dire: "Che ci vuol fare, le cose stanno cosi', io l'ho solo fatta nascere".
Scelse il nome di Domitilla per cio' che era normale aspettarsi, Rebecca lo utilizzo' per il rovescio.

Domitilla dormiva con profondi sospiri, le ciglia lunghe, le gote rosse come la fronte su cui portava i segni della venuta al mondo.
La sollevo' un poco, la giro'.
Anche Rebecca dormiva. Era identica alla sorella tranne per certe piegoline che aveva ai lati della bocca. Insieme a quelle sotto gli occhi, le donavano un espressione corrucciata come chi e' preoccupato e nel sonno non trova tregua ma cerca di scacciare gli incubi.
Quella era comunque la sua bambina e le avrebbe voluto bene nonostante le due facce, anzi, le avrebbe voluto bene il doppio (se si puo' quantificare l'infinito bene di una madre verso le proprie creature).
Rebecca raramente apriva gli occhi, pareva sempre sprofondata in un sonno pesante come piombo. Neppure quando la sorella piangeva reclamando il seno o si contorceva dal dolore per il mal di pancia ella si svegliava. La madre l'aveva vista solo un paio di volte con gli occhi aperti, erano bellissimi, grigi e terribili come quelli di un predatore.
La madre si rifiuto' di sottoporre la figlia ad esami e studi, mai seppe come stavano le cose al suo interno: la sua bambina possedeva due cervelli? Due apparati digerenti? Quanti organi in condivisione, quanti erano doppi? Non sapeva neppure quanto fosse cosciente una parte dell'altra.
Rebecca sapeva di Domitilla?
E quest'ultima si sentiva diversa? Forse immaginava che tutti, sotto i capelli, nascondessero una faccia, forse era quella cosa che tutti chiamavano coscienza.

Il tempo passava, Domitilla cresceva e con lei i capelli rossi che pian piano andavano a nascondere quel viso retro-addormentato.
Rebecca intanto dormiva nascosta da quella esile tendina cremisi come la testa di un calvo sotto un cappello.
Frequento' l'asilo, poi la scuola elementare, il suo segreto stava ben nascosto, mai nessuno si accorse di nulla finche' al liceo, un giorno nel quale si era attardata in classe per copiare appunti sul quaderno, fece quell'incontro.
All'uscita non c'erano piu' ragazzi, varco' il cancello della scuola un attimo prima che il bidello lo chiudesse.

Domitilla era una ragazza molto carina, i suoi capelli rossi avevano un colore non comune che la facevano spiccare tra la folla come un papavero in un campo di grano.
Salutava sempre tutti quelli che incontrava lungo la strada di casa, quel giorno non incontro' nessuno tranne quei tre ragazzi dell'ultimo anno, camminavano dall'altra parte della strada e appena la videro le corsero incontro.
Erano abituati ad ottenere tutto quello che desideravano, merendine, sigarette, soldi e perfino favori di ogni tipo.
Sicuri che con la forza potessero ottenere qualunque cosa, non appena la videro si misero in testa di giocare con lei, non sapevano ancora bene a quale gioco ma di sicuro si sarebbero divertiti un sacco.
"Ehi testa di fuoco, dove vai cosi' di fretta?" - chiese uno mentre gli altri la circondavano.
"Vado a casa" - disse Domitilla, "E sono gia' in ritardo" - aggiunse come a dire che se solo si fossero spostati lei avrebbe continuato per la sua strada.
Quelli pero' volevano giocare e cosi' dopo averle sfilato via la cartella dalla spalla, la gettarono sul vicino albero dove rimase incastrata a penzolare come un altalena mossa dal vento.
"Oh guarda, una cartella volante!" - disse il primo
".. E' volata sull'albero!" - disse il secondo e giu' a ridere come se ci fosse qualcosa di molto divertente.
"Ridatemi la cartella, devo andare a casa" - disse Domitilla con la voce rotta dal pianto
"Valla a prendere, sei capace ad arrampicarti piccolo ragnetto rosso?" - chiese il terzo
E Domitilla che in verita' era bravissima a salire sugli alberi si accosto' al tronco e comincio' a salire.
Non appena si mise a cavalcioni di un basso ramo pero' uno dei ragazzi fu lesto a sfilarle le scarpe e a gettarle ai compagni.
"Guardate! Che strano albero! Invece della frutta dai suoi rami spuntanto... scarpe!!" e tutti a ridere
Un altro ragazzo si appese al ramo che ospitava il peso della ragazza e comincio' a tirare.
Domitilla si avvinghio' al legno, cerco' con tutte le sue forze di cavalcare quel ramo imbizzarrito come un cowboy al rodeo finche' le mani cedettero e cadde a terra dove batte' la testa e svenne.

Fu in quell'istante che Rebecca spalanco' gli occhi e si alzo' in piedi.
Una volta raggiunta la posizione eretta cominciò lentamente a torcere le gambe.
Pareva come se al posto delle cosce avesse asciugamani e mani invisibili che li strizzavano.
Quando i piedi ebbero compiuto mezzo giro di orologio divennero quelli di Rebecca.
Le braccia avevano assunto una posizione impossibile e le mani, con quei pollici in basso, parevano capaci di compiere qualunque gesto, compreso quello di scostare i capelli dal viso e fissarli dietro le orecchie con grazia.
"Cosa avete fatto a mia sorella?" - disse poi, la sua voce roca e profonda mai si sarebbe detta provenire da quella tenera boccuccia.
I tre ragazzi immobili come statue non riuscivano a smettere di fissare quei grandi occhi grigi, uno perse il controllo della vescica e se la fece addosso, un altro sarebbe voluto scappare ma le gambe non gli ubbidivano, il terzo stava pensando di mettersi ad urlare quando Rebecca scatto'.

Quando Domitilla si sveglio' impiego' qualche istante per capire dove si trovava.
Le dolevano spalle e anche, aveva lividi sulle caviglie ed era seduta a terra, la schiena appoggiata al tronco di un albero, accanto a lei la cartella e le scarpe allineate come si fa con le ciabatte vicine al comodino.
Si alzo', se le infilo' e un po' traballante si incammino' verso casa.
La fronte le doleva, la tasto' con la mano e trovo' un bernoccolo. "Devo essermi inciampata" - penso'.

Su quell'albero, appeso ai rami piu' alti c'era quel che rimaneva dei tre ragazzi: brandelli di vestiti, ossa perfettamente ripulite, un ipod e mezza scarpa da ginnastica.
A pensarci bene Rebecca, da quando era nata, non aveva ancora mangiato.
Prosit
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