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09 May 2014 @ 01:12 pm
Quando finiva la scuola  
Quando finiva la scuola cominciavano le vacanze.
Qualche giorno in città, e mattine al mare e sere di finestre e rondini e la televisione dei vicini.
Estate di braghe corte in casa, zampironi per le zanzare, finestre aperte e tende per le mosche mosse dal vento.
Era quell'aria di gioia, era che mancavano pochi giorni alla partenza.
Si partiva una mattina, all'alba per raggiungere la casa in montagna.
Nei giorni precedenti i miei preparavano tutto l'occorrente finché un giorno riempivano le valigie prelevando dal letto tutti i vestiti che stavano in parata come soldati prima di un assalto.
L'intera operazione veniva svolta da mia mamma che se fosse stato per lei sarebbe partita con un beauty case e le infradito ma c'erano i figli (che metti-che-viene-freddo-oppure-molto-caldo-non-vorrai-non-avere-niente-da-mettere-vero?) e un marito che:
Mamma: "Cosa ti porto di roba?"
Papà: "Ah per me bastano una camicia e un paio di braghe"
e poi: "Avrai messo in valigia la camicia bordeaux con quel bordo verdino che metto sempre con le braghe di cotone quelle che mi serve la cintura di cuoio marrone che si abbina con le scarpe di pelle no?"
E allora si riempivano due valige, a volte tre anzi uno era un sacco da marinaio alto quanto me che veniva chiuso con una specie di moschettone e poteva essere spostato solo da dodici uomini robusti (o da mio padre).
Lui organizzava il viaggio, comprava i biglietti, cercava la miglior coincidenza per raggiungere il beneamato paesino.
La sua bibbia era l'orario dei treni Palagi, un libretto giallo dove si poteva trovare ogni tratta di ogni più piccolo treno italiano.
"Di facile consultazione" recitava la scritta sulla copertina, in realtà dovevi possedere un diploma in consultologia, uno in comparazione tabellare, tredici decimi di vista, una buona dose di fortuna e tanta speranza.
Mia mamma preparava anche le vettovaglie, cibo e bevande bastanti per un mese (metti che il treno sia un pò di ritardo).
La sera prima si andava a dormire con la stessa emozione della notte di Natale, ci si svegliava che era ancora buio, i vestiti già preparati sulla sedia. Dopo colazione si lasciava casa e dopo che i miei avevano controllato le varie chiusure di finestre, luce, gas, antenna della tv, si partiva.
Al primo gradino della scala mio papà cominciava ad imprecare, avrei detto che la colpa era di quella sacca da marinaio ma invece aveva motivi a me sconosciuti che però a quanto percepivo, li capiva bene la mamma che faceva finta di niente. Era un far finta di niente che mi allarmava più di una sirena ma tanto non potevo farci nulla e allora provavo a far finta di niente anche io.
Alla stazione di Sestri si prendeva un treno locale, poche fermate giusto per fare una prova.
Ricordo che la stazione era deserta, il treno vuoto e che in un attimo arrivavamo a Principe: ai miei occhi di fanciullo la stazione più grande del mondo.
Qui migliaia di treni partivano ogni minuto, se dovevi raggiungere il binario 20 dovevi portarti il cestino con il pranzo, se non stavi attento ti rapivano e ti portavano via la borsa oppure ti mettevano in una valigia e ti spedivano in un paese stranissimo (ma rintracciabile alla pagina 123 dell'orario Palagi) dove diventavi lo schiavo di una famiglia crudele che non ti dava da mangiare se non facevi le pulizie.
A Principe c'erano due cose fighissime, la prima era l'edicola dei giornali.
Mica come quella della chiesa, questa aveva milioni di riviste e fumetti e giornaletti che non sapevi cosa scegliere.
La seconda era il cartellone automatico e in continua mutazione che annunciava le partenze...
star lì in piedi ad osservarlo con quel suo rumore, che era come lo sbattere di centinaia di ali metalliche, era ipnotico e meraviglioso.
Poi mio padre ci diceva che a star lì in piedi ad osservare le farfalle, era facile che ti rubavano il portafoglio.
Io non lo avevo il portafoglio e quello di mia mamma era nella sua borsa, ma facevamo finta e raggiungevamo mio padre che stava in un angolo, circondato dalle valigie intento a consultare il Palagi.
Per il viaggio avevo il permesso di comprare un giornaletto, di solito cercavo qualche raccolta con molte pagine in modo da farlo bastare fino all'arrivo.
Un ora prima dell'orario di partenza eravamo già sul binario ma questo non ci garantiva i posti a sedere.
Per ottenerli mio padre impartiva ordini e tattiche di guerra, di solito diceva così:
A mia mamma: "Tu seguimi e appena vedi quattro posti vicini occupali tutti" (mia mamma annuiva dopo aver controllato che il pugnale fosse nella custodia).
A me: "Tu non stare in mezzo ai piedi (levati dalle palle) e fai come tua mamma (avrei dovuto occupare altri 4 posti? Forse ci raggiungevano dei parenti).
A mia sorella: "Tu non vomitare che mi fai un regalo".
Perchè se il detto dice: Partire è un pò morire, per mia sorella diventava: "Viaggiare è vomitare".
Lei riusciva a vomitare anche quando io nell'altra stanza giocavo con le macchinine. Ogni più piccolo movimento le causava vomito, era una specie di bottiglia di coca cola (L'effetto Mentos non era ancora stato scoperto ma lei già lo applicava ampiamente).
Se si riusciva a trovare posto a sedere il suo viaggio trascorreva nel senso del treno, in braccio a mia mamma che in una mano teneva un sacchetto e nell'altra qualche gadget "Per distrarla", finestrino aperto e canti.
Perchè non so dove lo aveva letto mia mamma ma il canto attenuava il mal d'auto (e di treno e di pulman, carriola, pattini e pogo).
Immaginate la scena:
Una donna canta, ha in braccio una bimba bianca come uno straccio, in una mano tiene l'album da colorare dei Barbapapà, nell'altra un sacchetto aperto, unica arma contro il demonio che vive dentro mia sorella.
Di fianco un uomo grande e grosso, espressione corrucciata e sguardo che si sofferma ciclicamente sopra:

Valigia A
Valigia B
Sacca da Marinaio
Pagina 24 orario Palagi
Mia sorella
Mia mamma
Finestrino

Io riuscivo a far finta così bene che diventavo invisibile, il trucco stava nel fare il minimo rumore mentre sfogliavo le pagine dei classici di topolino.
(continua)
 
 
 
capracottacapracotta on May 9th, 2014 10:24 pm (UTC)
Ma che bellezza. :-)
Le mie vacanze da bimba sono state qualche anno dopo e non in treno, ma il senso di attesa precedente è sempre lo stesso. Ricordo le partenze all'alba e le dormite in auto mentre mio padre guidava verso la Romagna...
bustonebustone on May 11th, 2014 07:35 am (UTC)
Beata te che viaggiavi in auto!
Mio papà, per vari motivi, non ha mai voluto possederne una...
Io raccontavo che però in gioventù aveva una moto di grossa cilindrata e il modello era quello che avevo disegnato su una maglietta.
Una balla per non sentirmi troppo "diverso" dagli altri...
cockelberrycockelberry on May 10th, 2014 07:34 am (UTC)
Tanto per esser quello che va controcorrente, ricordo con piacere invece i viaggi di ritorno, sebbene coincidessero con il prossimo ritorno a scuola... Non che una volta in vacanza non mi divertissi, ma ho sempre avuto una totale avversione per i viaggi in sè verso l'ignoto (sebbene l'ignoto abbia rappresentato sempre Vara Inferiore...). Il ritorno a casa era una cosa rassicurante, una specie di nido da uccello migratore che torna al paese caldo... :-)
bustonebustone on May 11th, 2014 07:36 am (UTC)
Eh anche i viaggi di ritorno in qualche modo erano magici...
e poi stavamo tanto fuori che anche casa ci sembrava in qualche modo speciale... forse è proprio il cambiamento che piace ai bambini...
Io ricordo il saporaccio dell'acqua del rubinetto una volta a casa...
ma anche i miei giochi che mi parevano quasi nuovi :-)