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14 May 2014 @ 11:07 am
Vietato entrare  
La sala, la stanza dove il tempo si e' fermato.
Divani e poltrone sulle quali era vietato salire e che per salvaguardare i tessuti rimanevano avvolte dal nylon dell'imballo. Veniva levato solo
per la visita del prete che benediva le case (sperando che un incauta goccia di acqua benedetta non raggiungesse la pelle) e per rarissime
visite di lontani parenti con i quali bisognava sciancare a chi vive piu' nell'agio.
L'arredamento della sala seguiva uno stile che in realta' attingeva da numerose culture.
La maschera africana che si stagliava netta contro la tapezzeria a fiori, ad esempio o le stampe di fine 900 sulle quali velieri immobili giacevano con le vele gonfie di nulla.
Poi c'era il tavolinetto basso, studiato da architetti svedesi (l'Ikea era ancora nei sogni della mamma del suo ideatore) di legno scuro e con gli spigoli capaci di raggiungere gli stinchi degli adulti e le gengive dei piccoli.
Sopra il mobile c'era un centrino rettangolare sopra il quale una grande candela rossa prometteva atmosfere.
Nell'angolo il carrello con le ruote sul quale erano stesi centrini che ospitavano soprammobili di raro pregio.
Statuette di Capodimonte, Limoges, Bomboniere made in china che si sarebbero redente solo frantumandosi a terra con un sonoro rumore di ciarpame.
C'era il portabottiglie chic dove una bottiglia di whisky invecchiato almeno venticinque anni, stava incatenata con tanto di medaglietta al valore in attesa di un evento speciale.
Le spighe spuntavano da un portavasi di vetro di murano le cui fiamme azzurre non riuscivano ad appiccare il fuoco alle secche sterpaglie.
Il mobile caricato di libri occupava un intera parete, a contendersi lo spazio la raccolta completa dei "Grandi musicisti", e decine di altri libri tra cui una copia autografa di Trilussa di uomini e bestie, una metamorfosi di Kafka, i fratelli Karamazov e poi Moravia, Calvino e Montale. Uno sportello si apriva per rivelare un mobile bar dove sopra un vetro rosato stava qualche bottiglia di liquore, bicchieri rovesciati, secchiello per il ghiaccio, shaker e pacchetti di arachidi sottovuoto.
Nella cavita' soprastante trovava posto il televisore, l'oggetto piu' tecnologico di casa, la finestra sul mondo, un ingombrante coso dal peso di una petroliera e collegato ad un trasformatore che acceso faceva lo stesso rumore della sala macchine del natante.
I televisori di oggi hanno piu' ingressi di una villa, quelli di allora accoglievano il cavo d'antenna e sputavano fuori il filo per la corrente, stop.
Il loro tempo di attivazione era cosi' lungo che occorreva calcolare bene i tempi delle trasmissioni per non perderne meta' mentre il colosso valvolare si scaldava.
La famiglia riunita davanti allo schermo rappresentava quella di qualche anno prima davanti al focolare.
In questo caso il calore del gigadonte era lo stesso ma il rispetto per l'oggetto era quello degli indigeni verso il relitto di un aereo.
Un misto di timore reverenziale e curiosita' verso l'ignoto.
Si guardava la tv in religioso silenzio, guai a fiatare, guai a muoversi sul divano, tra l'altro al piu' piccolo movimento la plastica che lo copriva emetteva rumori simili a quelli di un vecchio veliero scricchiolante.
La sala aveva il pavimento lucido, nella scala "specchio" raggiungeva livelli abbaglianti.
Sulla sua superfice si rifletteva il lampadario a gocce che faceva tanta luce come quello della cucina ma era piu' nobile e difficile da pulire.
Le tende pendevano da una riloga di noce e il pendaglio pareva una ballerina col tutu'.
Nella vetrina stava il servizio buono, come il resto della sala non veniva mai usato, era porcellana molto coerente.
Vietato assolutissimamente l'ingresso, se proprio dovevi entrare dovevi munirti di pattine pena l'asportazione delle estremita'.
Prosit
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