?

Log in

No account? Create an account
 
 
05 July 2014 @ 04:00 pm
Tony  
Antoniy Medvedev Molchalivyy nacque in Russia ad Alagir una piccola città della Ossezia settentrionale.
Si dice che la mamma, quando lo mise al mondo, gridò così forte che il ghiacciaio del monte Elbrus si aprì in due come a voler a sua volta partorire. Da quel giorno rimase poi a mostrare al cielo quel terribile grido muto. La pietra nera come la notte sembrava aver dormito per millenni attendendo di soddisfare un antico desiderio di luce.
In quel paese non si dava un nome ai nascituri se non dopo il terzo anno di età. Un usanza che affondava le radici nella notte dei tempi quando attribuire un nome significava conoscere.
I nuovi nati si chiamavano tutti "Rebenok", "bambino" e indossavano quel nome fino al giorno in cui le madri li presentavano alla comunità.
Quel giorno, Valeriya, lo presentò come "Molchalivyy", il taciturno, perché a differenza di tutti gli altri non lo aveva mai sentito né piangere, né lamentarsi, né pronunciare un verso che fosse uno.
I suoi occhi grigi e profondi denotavano intelligenza, una visita medica la rassicurò che le corde vocali stavano bene e che se non parlava era solo per sua volontà.
Il suo piccolo orsetto silenzioso cresceva e stava al mondo come tutti gli altri: rispondeva ai saluti con un cenno del capo, rifiutava educato con una scrollata di spalle seguita da un inchino e a scuola le maestre lo interrogavano con compiti scritti. Se proprio non ne poteva fare a meno, comunicava con le altre persone utilizzando una piccola lavagna di ardesia grande quanto un portafoglio che teneva nella tasca delle braghe.
La sua scrittura era aggraziata e precisa, lo si vedeva muovere rapido il polso, il rumore del gesso come quello di piedi che strascicando si muovono su un pavimento di legno.
Si scopriva poi che aveva scritto solo poche parole e che si era soffermato sulla lettera maiuscola che ornava e riempiva di fiori, cornicette, minuscoli animali come scoiattoli che facevano il nido nel cavo della "O" come fosse quello di un albero o le gazze che si posavano lievi sul lungo ramo della "L" o ancora storioni che spuntavano dalle onde di una "M".
Antoniy cresceva veloce come la gramigna. Valeriya non faceva tempo a cucire l'orlo dei pantaloni che già il giorno seguente doveva scucirlo e allungarlo se non voleva vedere spuntare le calze.
Aiutava suo padre nei campi, andava nella chiesa del paese a cambiare le candele, quando padre Ivanov glielo permetteva, amava suonare le campane. In fondo alla corda realizzava un cappio dove infilava il piede per poi farsi dondolare su e giù ad ogni rintocco.
Erano quelli i momenti nei quali, con il viso all'insù a fissare le travi sul soffitto del campanile, gli pareva di volare.
Gli uccelli non parlano, pensava, eppure il loro canto mette allegria anche a chi non capisce il loro linguaggio e i pesci non sono forse muti?
Eppure vivono e comunicano e si convinceva sempre più che ascoltare è la miglior cosa da fare.
Sopra il letto aveva appeso un quadretto che aveva ricamato a punto croce durante le lunghe sere invernali.
Una frase che aveva letto sul numero 345 della selezione del Reader Digest pareva incarnare il suo volere: "Ogni parola che tieni dentro è tua schiava, ogni parola che ti sfugge è tua padrona".
Non che lui amasse possedere schiavi né che trovasse giusta l'esistenza di classi e ceti ma a star zitto di sicuro non sbagliava.
Fu così che si circondò di una sorta di aria mistica, aveva vent'anni e per tutti era già un vecchio saggio.
Alcuni pensavano che il suo silenzio fosse un voto fatto a qualche santo, altri che di nascosto parlasse a volontà e solo in pubblico mantenesse il silenzio, ci fu perfino qualcuno che voleva fare come Yakutsk, dove un cartello all'ingresso della città recitava: "Benvenuti a Yakutsk, la città più fredda della Russia"
Pubblicizzare che ad Alagir ci fosse un uomo che non ha mai pronunciato una parola dalla nascita poteva essere un richiamo per i turisti.
Certo non si sarebbero potuti vendere nastri con la sua voce ma stampare la sua prima parola sulle magliette si perché prima o poi avrebbe parlato.
Le scommesse su quale sarebbe stata la prima parola si sprecavano.
C'è chi diceva che avrebbe detto: "Mamma" come la maggior parte dei bambini, altri che dato il lungo silenzio e tutto quel tempo per riflettere non avrebbe che potuto pronunciare qualche dotto aforisma o un pensiero filosofico forse capace di guidare intere popolazioni.
Ma nessuno ebbe mai la possibilità di sentirlo perché un giorno mise le sue poche cose in valigia e partì.
Il contenuto della sua valigia:

Un sasso del fiume Alagir tondo come un uovo di pernice
Un pezzo di fune della campana
Un paio di calze di lana color verde abete
Un coltello con il manico d'osso
Una scatola di fiammiferi marca "Vechnyy ogon" con il disegno di un diavolo che balla
Una busta gialla con dentro tre fotografie: Sua mamma che sorride con gli occhi chiusi, sua mamma seria con gli occhi aperti, la chiesa di San Pietroburgo durante una nevicata.
La lavagnetta
Una scatola di gessi nuova
Un fazzoletto

Prima di recarsi alla stazione del treno, dove comprando un biglietto avrebbe speso metà degli averi che teneva in fondo alla tasca, salutò i genitori abbracciandoli stretti.
Poi si allontanò senza dir nulla, al suo silenzio quelli risposero con il loro lasciando che il vento parlasse per tutti.
Viaggiò a lungo, ogni tanto si fermava in qualche paese per svolgere lavori occasionali in modo da avere di che mangiare e metter via qualcosa per proseguire il suo pellegrinaggio senza meta.
Antoniy ascoltava e imparava poi partiva e ricominciava ad ascoltare.

Arrivò in paese e per caso si infilò nel bar Aurora.
All'epoca il padrone era il signor Nando, un ometto che amava indossare sempre camicia a righe e farfallino.
Famoso era l'amaro "Saetta" che veniva servito al suo interno, capace di far digerire anche un vulcano, veniva preparato seguendo una ricetta di sua invenzione.
Antoniy cominciò a lavorare nel locale, più che altro lavori di fatica come alzare e abbassare le serrande, trasportare i fusti della birra, spostare le casse di vino.
Il signor Nando capì subito di che pasta era fatto Antoniy, il suo silenzio era profondo come un pozzo nero ma bastava far un poco di silenzio per sentire i battiti del suo enorme cuore buono.
Sempre disposto a sbrigare qualunque faccenda non si tirava mai indietro quando qualcuno aveva bisogno di un favore, si diceva in giro che nel quartiere fosse arrivato un gigante buono, nessuno pareva notare che fosse muto.
Lì si fermò, più a lungo di qualunque altra città e quando Nando si ammalò lo accudì fino all'ultimo giorno.
L'uomo se ne andò e insieme a lui il segreto dell'amaro Saetta.
Antoniy ereditò il bar.
Da quel giorno lo si può trovare lì, dietro il bancone: padrone del bar Aurora e uomo libero.
Prosit
Tags: ,
 
 
 
cockelberrycockelberry on July 5th, 2014 08:02 pm (UTC)
Bene, il cerchio si è chiuso, bravo socio! ;-) Non è facile scrivere a richiesta, io non ci riuscirei mai, tu invece... :-)
bustonebustone on July 6th, 2014 05:47 pm (UTC)
Grazie socio e non è vero che non sapresti scrivere a richiesta, dipende che richiesta e da chi arriva (e da quanto sgancia :-)))