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02 May 2007 @ 03:47 pm
L'orto abusivo  
Piove, meno male, ci voleva, che gli invasi erano secchi. Certo che se continua cosi' poi finisce che fa danni, eh si' perche' la terra non e' pronta a ricevere tutta quest'acqua, ci vorrebbe pioggia fine, come dice il proverbio e' quella che bagna.
Gli orti, costruiti nel letto del fiume, quelli con le piastrelle di recupero, le reti da letto per le pareti, finisce che l'acqua li porta via.
E povero contadino mancato, povera vittima condominiale che ha trovato un scampolo di ruralita' nel letto secco del fiume.
Lui, che semina il basilico dentro un vecchio bidet sbeccato, che raccoglie l'acqua piovana dentro bidoni che si notano a chilometri di distanza.
Concima le fave con stallatico ammorbante e di notte dorme su un materassino rattoppato per fare la guardia alle verzure.
Proprio lui, perche' merita questo?
Una volta c'era la grandine e le gelate, le cavallette e la mosca delle patate.
Oggi ci sono i ratti affamati che mangiano anche i bastoni per tenere su i fagioli, ci sono i barboni sempre a caccia di un tetto, i drogati che cercano un posto dove fumare le polverine, quelli dei centri sociali che se trovano una costruzione deserta subito fanno scritte con la bomboletta e fanno occupazione autogestita e riunioni dove parlano di autocoscienza, di iniziativa collettiva, di rompere catene e musica ska.
Ci sono i vicini di orto, quelli che guardano invidiosi alla grandezza della zucchine, cosi' come a quel pezzo di linoleum tre x tre perfetto per il pavimento.
Eh si, beata campagna quando ettari di vegetali sorridevano al sole, tutti in fila come bravi soldatini. Ora che la terra non e' piu' grande di un asciugamano da spiaggia e ha dentro cocci di vetro e' cosi' duro vedere crescere qualcosa che quando succede e' come una colomba che esce dal cilindro di Silvan.
E poi la schiena che urla, la fabbrica, quarant'anni di altoforno ad abbronzarsi nel calore della ghisa incandescente.
Sulla fronte una ruga, unica e cosi' fonda che ci puoi infilare tutta una mano di scala quaranta, le mani spesse di calli, storte come radici di un tronco stufo, i peli bianchi dei polsi e l'orologio che spunta come un bottone dall'erba.
Con la schiena bassa e stivali tre numeri piu' grandi, cava una verza, la dara' alla sua vicina Olga sullo zerbino come fosse un mazzolino di ranuncoli, "La lavi bene, sa questa non e' mica come quelle del supermercato" - dira' e poi scappera' veloce giu' per la scala.
Il grazie della donna lo raggiungera' poco prima di uscire dal portone, lo scrollera' via come si fa con la forfora e poi tornera' al suo orto che la lattuga va bagnata spesso.


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(Anonymous) on May 2nd, 2007 02:22 pm (UTC)
sarà che ci si specchia giovane, lì dentro, quando i piedi crescono l'erba e lo sguardo oltrepassa l'orizzonte, yeah, yeah
sarà che la notte vola in tondo sopra i tetti, e né fatica o stanchezza o rimpianto può nulla sui liberi sogni, yeah, yeah
sarà che piante, fiori, come barbare vestigia, stanno appresso a viaggiatori inquieti, ma quello il blues di Ziu Adelmo, yeah, yeah
Anya:)
bustonebustone on May 2nd, 2007 02:43 pm (UTC)
Oh Yeah, e' molto ma molto blues... in un Texas nostrano dove i tornadi girano per i carrugi, Ziu Adelmo, quante ne ha viste, quante ne sa?