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05 August 2014 @ 05:14 pm
La donna che lavava le scale  
C'era una volta una donna che lavava le scale.
La cosa che amava di più era versare l'acqua sporca nel tombino quando aveva finito un lavoro. La cosa che invece odiava di più era essere nota a tutti come: "La donna che lava le scale".
Non che non fosse vero ma lei faceva molto altro, si sentiva molto altro e se doveva lustrar gradini per vivere non voleva dire che quella era la sua vita, nossignori.
Greta, così si chiamava, aveva due grandi passioni: i libri e l'opera. Gran parte del suo guadagno le serviva per acquistare emozioni.
Che fossero quelle che assorbiva in silenzio mentre gli occhi divoravano parole o quelle che entravano nelle orecchie al buio nei teatri, poco importava.
Qualcuno le diceva che avrebbe potuto mettere a posto casa o cambiare quel vecchio cappotto che stava insieme solo perché le tarme si tenevano a braccetto ma lei scrollava le spalle, sorrideva conscia che nessuno l'avrebbe capita. Cercare di spiegare che la sua filosofia di vita era quella di una spugna che voleva assorbire il più possibile era inutile, se poi proseguiva con la sua idea del trapasso rivelando che tutti gli sembravano tanti Mazzarò, l'avrebbero presa per cinica o peggio perciò stava in silenzio, scrollava le spalle e dopo aver buttato lì due "Buongiorno" filava via come se si fosse ricordata all'improvviso di aver lasciato una pentola sul fuoco.
Il suo lavoro cominciava dal portone dove appendeva il cappotto a qualche chiodo di fortuna, poi versava un po' di detersivo nel secchio e lo riempiva d'acqua.
Se nel palazzo c'era l'ascensore tanto meglio, la salita era come arrivare in paradiso dove illuminato dalla luce che passava attraverso il lucernario c'era l'ultimo gradino, il primo dove la sua scopa avrebbe posato le setole.
Poco distante posava secchio e stracci e dopo aver appeso il manico della paletta e infilato il sacco di nylon nella cintura, cominciava a passare la scopa.
I gradini si susseguivano con la stessa cadenza, le setole spazzavano da destra a sinistra e da sinistra a destra, In fondo ad ogni rampa tirava fuori la paletta, raccoglieva lo sporco e lo infilava nel sacco.
Come un musicista che si allena sui tasti di un pianoforte a ripetere allo stremo le stesse scale, così lei, senza mai pensare a quanti gradini mancavano alla fine, spazzava, raccoglieva, riempiva.
Ogni zerbino che incontrava e che appoggiava alla parete, era come un indizio per indovinare il carattere del proprietario. C'erano quelli seri, gli spiritosi, le persone scialbe e quelle piene di fantasia ma anche quelli che lo utilizzavano per pulirsi le scarpe dalle peggiori lordure e quelli che per tenerlo nuovo ne dovevano utilizzare un altro appena oltre la porta di casa.
Arrivata nell'atrio del portone era lesta a chiamare l'ascensore, a controllare se il cappotto fosse sempre nello stesso posto e a tornare su.
"In fondo è una fortuna avere la possibilità di andare in paradiso così tante volte" - pensava anche se in certi palazzi che non avevano ascensore, raggiungere il piano più alto assomigliava tanto ad un purgatorio.
Lassù ricominciava, gradino dopo gradino, il secchio che precedeva lo straccio e lo dissetava ogni due rampe.
Il bastone che lo spingeva negli angoli accompagnato da una certa attenzione per non dimenticare nessuna porzione di pavimento.
Poi arrivò quel giorno e pioveva. In quelle occasioni le toccava ripassare più volte il pavimento del portone perchè mica si poteva chiedere di volare agli inquilini no?
Stava cercando uno straccio, che gli sembrava di aver lasciato nel sottoscala qualche settimana prima, quando incontrò quell'uomo.
Si era avvicinata alla porta canticchiando: "Di quella pira... l'orrendo foco" quando nel sottoscala era apparso l'uomo.
Sentì una voce gridare, si accorse dopo alcuni istanti che era la sua.
Non pensò molto in quel frangente, non riflettè neppure, corse a prendere l'ombrello e come Orlando con Durlindana si preparò al duello avventandosi sull'uomo con una furia che sorprese anche lei.
Quando tutto fu concluso, l'uomo fuggito, il secchio rovesciato e il petto che andava su e giù come un mantice, lasciò cadere l'ombrello e si accasciò al suolo priva di forze.
"Oddio cosa ho fatto" - pensò
"Senza neppure sapere chi era l'ho assalito come un criminale" - ancora
"E' stato lo spavento, si senz'altro quello, altrimenti non avrei mai..." - sussurrò senza che ci fosse un orecchio ad ascoltarla.
"E dire che pensavo di aver superato il trauma dello scippo..." - aggiunse scrollando la testa.
Dopo qualche istante si rimise in piedi, asciugò il pavimento, strizzò lo straccio nel secchio poi raccolse le sue cose, indossò l'impermeabile e uscì.
Giunta all'aperto si accorse che aveva smesso di piovere. Cercò il tombino più vicino e ci versò il contenuto del secchio senza la mimima soddisfazione.
Prosit
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