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24 August 2014 @ 02:38 pm
E vorrei aggiungere...  
C'era una volta un uomo che voleva avere sempre l'ultima parola.
Che suo fosse il punto che chiudeva un discorso era un bisogno che affondava le radici nella sua infanzia.
La madre, una teutonica valchiria di un metro e novanta per centoventi chili di muscolosa tirannia, lo aveva educato a minestrina di farro e scapaccioni.
Anche se la prima era più salutare preferiva i secondi dai quali, se si muoveva rapido, riusciva a scappare.
Seduto a tavola invece non aveva possibilità, doveva finire tutta la minestra fino all'ultimo cucchiaio ed era così densa che l'avrebbe potuta affrontare con forchetta e coltello.
"Tu manciare puona sbobba che fare bene a tuo sfiluppo und intelligentia, defi lasciare piatto lucido come testa di kaiser o ti mollo uno di kuesti" - diceva la donna mostrando certe mani che parevano maialini da latte volanti.
E Franz mangiava, portava la minestra alla bocca e dopo aver tirato un profondo respiro la ingoiava con uno sforzo che avrebbe meritato una medaglia al valore.
"Prafo pampino" - diceva allora la donna posando una mano sulla sua spalla come a fargli sentire il peso dell'alternativa.
Franz crebbe, la minestra gli aveva assicurato un intestino di ferro e la capacità di farsi piacere ingiustizie e bocconi amari.
Naturalmente l'educazione alimentare era solo un aspetto di ciò che sua madre gli aveva insegnato: sincerità, lealtà e rispetto per il prossimo erano i tre valori sui quali avrebbe dovuto costruire la sua vita.
Alla fine di un discorso lui doveva sempre salutare per ultimo.
Se i saluti si susseguivano il suo doveva terminare l'incontro, diversamente sarebbe stato maleducato.
Al telefono poi era anche peggio, guai buttar giù dopo aver udito un "A risentirci" provenire dall'altro capo.
Solo dopo aver risposto: "Spero che quando ci risentiremo ti troverò in ottima salute!" poteva buttar giù.
In risposta spesso Franz elencava una serie di auguri e saluti che non facevano altro che istigare l'interlocutore a fare altrettanto.
Una normale telefonata finiva in una vera e propria battaglia, solo il più gentile avrebbe vinto e sarebbe stato quello che dopo l'ennesimo saluto avrebbe chiuso la comunicazione lasciando l'altro ad ascoltare il silenzio.
Da essere educato a essere scambiato per presuntuoso il passo fu breve, Franz divenne quello che aveva sempre qualcosa da dire.
A scuola era sua l'ultima domanda al professore, suo l'ultimo saluto di congedo al compagno con cui divideva la strada per il rientro a casa.
E così conobbe ragazze che lo lasciarono presto per questa sua insopportabile caratteristica, compagnie di amici che cominciarono a darsi appuntamento a sua insaputa per non doverlo vedere.
Perfino sua madre di cui credeva di rispettare il volere, cominciò a dirgli che non era il caso di andarla a trovare "tutte" le settimane e si scusava se spesso gli buttava giù il telefono ma aveva preso a preparare marmellate e doveva sempre girare il mestolo o si sarebbero attaccate al fondo della pentola...
Franz si rese conto di essere solo e di non riuscire in alcun modo a frenare la sua maledetta lingua.
Solo il silenzio che seguiva la sua ultima parola era sacro, se udiva anche solo un verso doveva correre ai ripari e coprirlo con una sua affermazione come se fosse una macchia da lavare prima che fosse troppo tardi.
Un giorno si trovò a discutere in un bar.
Era entrato per scampare un poco alla calura estiva, la scritta "Aria condizionata" gli era sembrata una promessa a cui non poteva rinunciare.
Così stava godendosi un latte e menta seduto ad un tavolino. Lo aveva scelto proprio in funzione della bocchetta dell'aria che lì sopra soffiava come un vento nordico facendo muovere i tovagliolini, i suoi capelli e increspare la superficie del bicchiere che conteneva quel verde mare tascabile.
Lo beveva a piccoli sorsi per aumentare il tempo di permanenza nel locale e stava pensando che era dal mattino che non pronunciava una parola quando entrarono quei tre.
Notò lo sguardo preoccupato del barista, vide un paio di clienti pagare alla svelta e uscire lasciando i bicchieri pieni per metà.
Osservava i nuovi arrivati quando quello piccolo con la faccia da scimmia se ne accorse e avvicinatosi disse: "Cosa hai da guardare?"
"Nulla, siete la novità del locale, è normale che vi si noti, non volevo essere inopportuno" - disse
Anche quello alto si avvicinò e rivolto al compare disse: "Cerca rogne questo idiota?"
"Non cerco rogne, scusate se vi ho dato questa impressione, ora finisco la mia bevanda ed esco" - rispose Franz
"Ehi non stavo parlando con te mi pare..." - disse giraffa
"Ho pensato che in quanto soggetto della domanda chi meglio di me avrebbe potuto rispondere?" - disse
"Ho capito, sei il primo della classe, sai cosa facciamo noi a quelli come te?"
"Gli date una lezione?" - rispose mentre un brivido caldo gli scendeva lungo la schiena nonostante il condizionatore.
"Guarda che non devi rispondere ad ogni domanda, noi facciamo retorica, taci se vuoi tornare a casa tutto intero" - disse il tipo che fino a quel momento era rimasto poggiato al bancone del bar.
Lo si sarebbe detto un sacerdote, un giudice o un notaio. Capelli pettinati all'indietro e lucidi di brillantina, vestito grigio, scarpa lucida.
"Retorica vuol dire parlar bene, mi scuserete ma voi non avete proprio una gran proprietà di linguaggio..."
"No vuol dire saper convincere, è l'arte di persuadere mediante discorsi, ora se dici ancora una sola parola ti ammazziamo, sono stato abbastanza convincente?"
Franz aveva capito di essere in pericolo, quei tre avrebbero fatto paura al babau ma la sua lingua pareva possedere un coraggio tutto suo.
"Si molto ma se crede di essere esentato dal mostrare buone maniere solo perchè fa il prepotente allora..."
E non finì la frase perchè giraffa, afferrata una bottiglia che stava per terra, forse un vuoto a rendere, gliela fracassò sulla testa.
Franz svenne.
Quando riaprì gli occhi si ritrovò legato e imbavagliato, seduto su una sedia.
Era all'aperto, di notte e si trovava in qualche zona del porto, ai lati cumuli di casse e merce varia.
Cercò di alzarsi in piedi e scoprì di essere diventato come un omino del subbuteo.
I piedi sparivano dentro un blocco di cemento che aveva riempito un grosso contenitore di plastica.
"Ci scuserai ma quando il capo dà un ordine, noi eseguiamo" - disse scimmia mentre stringeva una corda intorno alla bocca di un sacco di cemento a presa rapida.
"Di solito è un uomo paziente ma con il tuo gran parlare gli hai fatto perdere la tramontana, ora finirai ai pesci che, ironia della sorte, se ne stanno muti e silenziosi in fondo al mare..."
"..e campano cent'anni" - concluse giraffa.
Lo trascinarono sul bordo del molo e poi, come fosse un qualunque rifiuto, lo buttarono in mare.
Franz sentì l'acqua fredda, il buio, il peso che lo trascinava sempre più in profondità.
Capì subito che per lui era finita, chissà se sarebbe mancato a sua madre.
Toccò il fondo sollevando del limo che andò a intorbidire l'acqua. Cercò di trattenere il fiato più a lungo possibile, poi si accorse che mancava poco alla fine, usò tutta la sua forza per liberare una mano con la quale si levò il bavaglio e gridò: "I pesci non sono muti, le cernie abbaiano quando scorgono un predatore, i ciclidi emettono dei grugniti quando si accoppiano e i pesci hamlet emettono persino dei..."
Poi l'acqua gli entrò in bocca, proseguì riempiendo i polmoni, le forze lo abbandonarono, chiuse gli occhi e finalmente, si azzittì"
Prosit
 
 
 
cockelberrycockelberry on August 25th, 2014 08:26 pm (UTC)
L'uomo Inevitabile al suo posto si liberò in un battibaleno.. ;-)
bustonebustone on August 30th, 2014 06:06 am (UTC)
L'uomo inevitabile è fatto di un altra pasta....