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02 September 2014 @ 12:55 pm
I remigini  
Me lo ricordo come fosse ieri il primo giorno di scuola.
L'atmosfera che respiravo i giorni precedenti e soprattutto gli odori.
Erano i parenti che non mancavano di ricordarmelo: "Che grande, vai gia' a scuola!" - dicevano quelli piu' bravi, "Ah cominci anche tu, eh ma passano in fretta eh, anche troppo che poi ti ritrovi come me a settant'anni e non sai come ci sei arrivato" - diceva lo zio cinico.
Alla tele il mago Zurli', faceva gli auguri a tutti quelli che riprendevano la scuola e soprattutto ai Remigini che la cominciavano.
Un tempo lontano, sono stato un Remigino.
Il nome deriva da San Remigio che si festeggia il primo ottobre, una volta in quel giorno cominciavano le scuole.
Se ricordo bene io gia' le cominciavo prima ma le tradizioni non si toccano, (infatti oggi se chiami cosi' un bimbo che va in prima elementare (Che ora si chiama primaria) ti spara direttamente a ......).
Il coro dell'Antoniano dunque cantava le bellezze della scuola e siccome la tua vita fino a quel momento era colorata dal caffe' della Peppina che sorbivi ballando il valzer del moscerino prendevi tutto per oro colato, immaginavi che fosse davvero figo mettere il grembiule e poi comprare l'occorrente e conoscere il maestro e tanti nuovi bambini...
Arrivava dunque il giorno in cui la mamma ti portava alla Standa, il grande magazzino di riferimento degli anni 70.
Per prima cosa la prova del grembiule.
Quando mi sono visto allo specchio ho pensato di aver davanti: un piccolo sacerdote, anzi un missionario in partenza per le sconfinate terre dell'Ignurantz
"Non fare quella faccia, vedrai che con il fiocco ti sembrera' piu' bello" - mi consolava mamma (in realta' con quello sembravo un eccentrico missionario e l'elastico con cui era fissato al colletto era il passatempo preferito dei miei compagni perche' era perfetto per essere afferrato e poi mollato contro il mio giovine gargarozzo, (se non mi e' venuto un pomo d'Adamo grande quanto una palla da bowling e' solo perche' avevo un collo robustissimo).
Poi si passava nel piano di sotto dove c'era il reparto cancelleria. (Ho gia' scritto del reparto fai da te, paradiso masochistico dell'uomo moderno, il reparto cancelleria era la versione: "Giovani uomini crescono (e son gia' sulla buona strada)"
Occorreva acquistare:

La cartella
"Mi piacerebbe la cartella di Topo Gigio..." - dicevo io
"No, a te piace di piu' questa di pelle marrone con finto pelo di cavallo (giuro)" [motivo: la mia preferita era "tutta di plastica" l'altra sarebbe durata fino all'universita'].

Il diario
Rappresentava l'unico oggetto che potevo scegliere senza passare dal giudizio materno, purtroppo i diari alternativi arrivarono solo anni dopo, scelsi un banale diario Disney

L'astuccio
Era questo l'oggetto piu' agognato, la versione con una o due zip, gonfio di meraviglie scriventi, schiere di pennarelli, pastelli, matite colorate e gomme, forbici, temperino, colla, righelli e squadrette, tutto tenuto fermo dalla sua fascetta.
Quando si apriva era cosi' stordente l'effetto che ti saresti messo a riprodurre l'affresco della cappella Sistina sul soffitto della classe. Con quello in cartella non temevi compito, imprevisto o tenzone perche' l'interno rappresentava lo stato dell'arte della scienza applicata alla scuola.
L'odore non era da meno, tuffarci il naso ti portava nella foresta nera da dove era stato tagliato il legno per le matite, in Amazzonia dove infinite gocce scaturite dall'Hevea brasiliensis avevano formato la gomma da cancellare, negli stabilimenti della Montedison dove macchine grandi come cattedrali avevano forgiato i righelli di plastica velenosa che stavano li' pronti a tirar righe dritte.
Io lo desideravo come l'aria un palombaro ma non fu autorizzato, la mia cara mamma comincio' col dire che costava troppo per la qualita' di cio' che conteneva.
Che l'unico vantaggio (se non si rompevano le fascette elastiche) era quello di aver tutto sott'occhio ma acquistando una normale busta e riempiendola di materiale migliore si risparmiava.
Dunque comprammo la busta (di stoffa rossa) e la riempimmo come un salame.

I libri non si potevano scegliere (tranne quelli delle vacanze ma questa e' un altra storia), ricordo quello da cui ritagliavi le letterine e le inserivi in apposite tasche in modo da averle pronte per formare le prime parole e quello arancione: "la nuova matematica" che si basava sulla moda del momento: L'insiemistica.
Entrambi avevano un odore buonissimo, del primo era facile perdere le lettere, al secondo si staccavano le pagine.

Poi arrivo' il primo giorno, tra lacrime (non le mie che avevo gia' dato all'asilo), baci e abbracci e sorrisi e merendine e scarpe lucide e cartelle con il cartellino del prezzo si entrava dentro quell'enorme mostro che stava li' con la bocca spalancata (e una piccola carie rappresentata dal bidello Giosue' che aveva il grembiule sporco di gesso e caffe' ancor prima di cominciare).
Ricordo il suono della campanella, i baffi del maestro, due uccelli impagliati, il mal di pancia, la merendina sciolta, le scarpe scomode e scivolose e una bimba che di cognome faceva Pintus che aveva i capelli neri e un astuccio a due cerniere che mi avrebbe fatto vedere "ma solo in mano sua".
Prosit
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capracottacapracotta on September 2nd, 2014 10:30 pm (UTC)
Avrò 10 anni meno di te, ma certe sensazioni di meraviglia non cambiano. Devo recuperare un bel po' di tuoi post ché sono indietro e ho bisogno di sorridere. :)
bustonebustone on September 3rd, 2014 06:11 am (UTC)
Grazie :-)