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20 September 2014 @ 08:22 am
Epilogo subliminale  
Il giorno dopo non tornò in quella chiesa e nemmeno il successivo.
Alla sera si buttò sul letto senza neppure levarsi le scarpe. La mente affollata dai volti di tutti quelli incontrati durante il giorno lo guardavano muti come pesci.
Si addormentò subito e dormì male ma al mattino cominciò a fotografare.
L'apparecchio funzionava a dovere, se all'esterno mostrava i segni del tempo, il meccanismo interno pareva appena costruito.
L'obiettivo si muoveva leggero e l'otturatore scattava inesorabile come la lama di una ghigliottina che immortala porzioni di realtà.
Uscì in strada e impressionò un intero rullino di persone: una ragazza che corre dietro al tram, un postino che fruga nella sua borsa, un vigile, un fruttivendolo, un signore col cane, un bambino con il cerchio.
Nei giorni quello divenne il suo vivere, il procedimento sempre lo stesso: usciva di casa con la macchina carica e rientrava solo quando finiva il rullino.
A volte accadeva dopo pochi minuti, altre volte rincasava solo di sera, affamato ed esausto perché la smania di fotografare lo rapiva a tal punto che si dimenticava perfino di mangiare.
In una camera oscura realizzata nella dispensa faceva apparire le immagini, la maggior parte finiva dentro un bidone dopo essere passata attraverso la bocca vorace di un paio di forbici da sarto ma le poche superstiti, appese alla parete del salotto, stavano lì a chiedere il motivo della loro esistenza.
Il continuo ripetersi di questo rito rese Petrov Vorobyov il miglior critico di se stesso, la sua tecnica si affinò e anche se dovette impegnare tutti i mobili di casa per comprare i materiali, presto venne ripagato.
Grazie a concorsi e passaparola, il suo nome cominciò ad essere sulla bocca di molti, vendette la sua prima foto ad una rivista e dopo qualche mese diverse agenzie si contendevano i suoi servizi.

Un giorno nella grande casa vuota (aveva traslocato in una casa più grande ma quella dove lavorava era rimasta la stessa), stava seduto di fronte alla parete, sull'unica sedia della casa.
Un uomo e le sue fotografie, a vedere la scena non si sarebbe capito chi guardava chi ma fu in quel momento che ebbe l'intuizione che lo rese famoso:
Per fotografare non serve la macchina, le immagini esistono anche senza pellicola, per congelare la realtà acidi, emulsioni e stampe sono inutili.
(Che il vecchio proprietario che si era sbarazzato della Zorki Fed lo avesse già capito?)
Raccolse le idee nel suo saggio: "Fotografia subliminale, come scattare con gli occhi e sviluppare con la mente" che divenne presto un best sellers.
Nelle sue mostre il pubblico, seduto in cerchio, ascoltava il racconto della foto che non era stata.
Erano racconti che andavano al di là della descrizione dell'immagine: intessuti di sensazioni ne facevano scaturire altre nella gente che estasiata rimaneva in silenzio ad ascoltare.
Da lì a poco, nuovi fotografi cominciarono ad imitarlo, nacquero nuovi movimenti come quello della fotografia immaginata (che prevedeva di "scattare" senza uscire dal proprio letto), quello dello scatto arricchito (che aggiungeva alla realtà particolari inventati), quello dello scatto senza fili dove un fotografo subliminale raccontava a chi aveva di fianco la sua immagine e quello faceva lo stesso con il vicino fino a tornare all'autore che spesso si ritrovava con in mente una fotografia completamente nuova.
Naturalmente molti videro in Petrov un mero ciarlatano, gli diedero dell'egoista perché aveva deciso di tenere per se le immagini, altri pensarono che era tutta una manovra per aumentare la popolarità e un giorno, probabilmente sotto la spinta dell'industria fotografica che stava subendo un importante crollo di vendite, il fotografare senza macchina divenne illegale.
La legge N. 123barra32 recitava: "Chiunque verrà sorpreso a raccontare istantanee senza avere con se la prova tangibile dell'avvenuto scatto, sarà colpevole di truffa e subirà i provvedimenti stabiliti dalla legge (che andranno dalla multa fino alla reclusione e bla bla bla).
Petrov Vorobyov fu costretto a sciogliere la Assotsiatsiya Nezavisimyy Izobrazheniye e a sospendere le mostre.
Nessuno sentì più parlare di lui, divenne uno dei tanti che nell'impetuoso fiume della storia, aveva tentato per qualche tempo di nuotare controcorrente.

Da allora è passato molto tempo, Petrov giace sotto una lapide bianca nel cimitero di San Pietroburgo dove trascorse gli ultimi giorni a casa di un amico di infanzia.
Ma vecchietti seduti sulle panchine dei giardini, passanti, impiegati, operai e perfino inconsapevoli cani al guinzaglio, ancora oggi continuano imperterriti a scattare senza macchina nè pellicola.
Prosit
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