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09 November 2014 @ 11:48 am
Sulla musica  
Andando indietro nel tempo, quando sentire musica voleva dire sopportare tutti gli Scriick, stack, tattac tattac, tutto era molto diverso.
Così diverso da renderlo incredibile alle orecchie di chi non ha mai visto un vinile, un giradischi o una puntina.
Anche se questo "Amarcord" insinua in me un senso di obsolescenza che riesco a sconfiggere ripetendo come un mantra: "Non sono vecchio sono vintage, non sono vecchio sono vintage, non sono... cosa è che non sono? Ah la memoria non è più quella di una volta..." mi vengono in mente i racconti di mio padre e i dischi che c'erano a casa di nonna e che si potevano sentire con un apparecchio che era radio, giradischi e oggetto di arredamento perchè era di legno e la copertura dell'altoparlante da dove usciva la magia era di vimini intrecciato.
Tanto tempo fa prima del digitale c'era l'analogico.
Una riproduzione più vicina all'imperfezione che è dell'uomo, una forma che si poteva "toccare", oggetti di cui non si conosceva bene il processo costruttivo e stupivano per la loro magia ma comunque meno lontani dal software invisibile e intangibile di oggi.
Ascoltare musica prevedeva attraversare diverse fasi, il tutto faceva parte di un rito, ognuno aveva il suo ma comunque accomunato da una specie di sacro rispetto. I negozi di dischi, dei quali ho parlato in altri post, erano templi dove noi adoratori di gruppi e generi, ci recavamo non appena avevamo in tasca la cifra adeguata (Qualcosa di più ci voleva per i dischi di importazione, qualcosa di meno per quelli della lineatre).
Non c'era internet e l'affermazione suona strana quasi quanto sembrava a noi l'ipotesi che un giorno ci sarebbero stati computer in tutte le case collegati ad una rete mondiale.
Dunque si acquistava su consiglio di amici, del negoziante, di un trafiletto di qualche rivista.
Dopo aver sfogliato con un abile gioco di mano e dita tutti i dischi del negozio (un gesto ormai scomparso, forse sostituito da quello di far scorrere il dito sul touch screen) si andava alla cassa e si presentava la scelta cercando l'assenso negli occhi del negoziante.
Quest'ultimo vendeva ogni prodotto musicale, da Santo e Johnny ai Ricchi e Poveri ma lo faceva per vivere, diverso era quello che lui (in quanto persona che aveva fatto della musica la sua ragione di vita) apprezzava.
C'erano gli iceberg che imbustavano l'acquisto senza la minima reazione e quelli che asserivano o scrollavano il capo a seconda di quello che avevamo posato sul banco.
Comunque si usciva dal negozio stringendo in mano la maniglia di plastica del sacchetto da dischi.
Un sacchetto creato per ospitare dischi che non poteva contenere nient'altro, l'ingegno umano al servizio della musica, a pensarci non era poca cosa.
Ricordo il tragitto di ritorno, l'autobus o il treno e l'attenzione rivolta al fragile oggetto.
Poi a casa si preparava la stanza per l'ascolto. Si chiudeva la porta, si diceva agli altri abitanti che per un'ora non si era reperibili e ci si dedicava con ogni energia, sentimento ed emozione all'ascolto.
Il mio primo giradischi fu quello di mio papà. Un avveniristico Grundig con braccio Garrard e testina Shure.
Un oggetto che ha sempre odorato di nuovo e che lui utilizzava con la stessa cura che avrebbe avuto con un cuore palpitante sotto vetro.
Levavo il centrino del coperchio e lo stendevo sulla spalliera della poltrona, poi lo aprivo, levavo il gancio che fermava il braccetto e premevo il pulsante che si illuminava di rosso.
Nelle casse si sentiva un basso: "Tunf!", ed era come un colpo di timpano che annunciava che l'altare sonoro era pronto.
Allora levavo il disco dal sacchetto, poi lo sfilavo dalla copertina  e poi dalla busta che speravo non fosse anonima ma ricca di parole e disegni.
Era come cercare una perla contenuta dentro una specie di conchiglia matrioska.
Mettevo il disco sul piatto dopo averlo controllato controluce per individuare la presenza di polvere, se era il caso lo passavo con una spazzola (mio papà ne aveva comprata una con le setole al carbonio, mica mastrolindo).
Dopo queste operazioni si poteva far partire, il giradischi era automatico e bastava schiacciare un altro tasto per osservare il braccetto muoversi e posizionarsi esattamente sul primo solco.
Prima che cominciasse la musica la puntina percorreva qualche giro silenzioso, avevo il tempo di sedermi sul divano in attesa che cominciasse il concerto.
La musica partiva e la mente con lei.
Per la durata del disco ascoltavo mentre la mente viaggiava, leggevo i testi e le note sulla copertina, imparavo a memoria la formazione e le marche degli strumenti utilizzati, leggevo tutto fino ad arrivare ai ringraziamenti ed era un immaginare, formare nella mente situazioni e volti mentre la musica entrava dentro me come fosse la prima volta.
A volte l'esperienza era divisa con un amico e il piacere raddoppiava.
Ricordo un "Tokio Tapes" degli Scorpions ascoltato con Robydige, un "Piece of Mind" degli Iron Maiden con Sandro, ricordo "The Sentinel" dei Pallas con Alessio.
Ora sarebbe il momento di dire che la musica è cambiata, ce ne' molta di più, forse troppa e poco il tempo che abbiamo per dedicarci a lei.
Allora cerco di ascoltarne più che posso, benedico che si siano evoluti anche i mezzi per ascoltarla e quando mi accorgo che la pila dell'IPOD è agli sgoccioli è come se mi si stesse per fermare il pacemaker.
Buona musica a tutti
Prosit
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(Anonymous) on November 13th, 2014 08:31 am (UTC)
Tutto troppo vero !! Quanti ricordi, sensazioni che non torneranno più. Ricordo vagamente l'ascolto insieme dei Pallas, ma ricordo benissimo il vinile di Over di Peter Hammill (santo subito !!) fattomi ascoltare in modalità quiz da te e mia sorella dopo che avevi trovato l'oggetto (al tempo irreperibile al pari del feroce saladino) da Disco Club (mitico Gian !!) di importazione Greca. Fu come il ritrovamento del Sacro Graal e dell'arca dell'alleanza in un colpo solo, e pensare che io ho anche toppato nel riconoscere la voce di Hammill confondendolo con un Fish ante litteram... Imbarazzante... Da allora, ogni volta che ascolto "Crying Wolf", (e succede spesso) il ricordo di quel momento mi torna subito in mente, così come per Script for a Jester's Tear, che mi avevi fatto ascoltare in grande anteprima, cominciando ad instillare i primi semi della mia più grande passione musicale di sempre: i Marillion. Ti ho mai detto grazie ?? Forse no, ma lo faccio ora, di cuore, grazie !!!
bustonebustone on November 14th, 2014 08:16 am (UTC)

Cosa hai fatto tornare in superficie Ale! Ora ricordo... e nemmeno io forse ti ho mai ringraziato abbastanza per le decine di cassette registrate (quando le ho portate in cantina erano più di 800 e pesavano come ferro. In molte di quelle c'è la tua calligrafia e quasi sempre, alla fine del disco, qualche extra track. Eri un DJ silenzioso con un pubblico minimale ma sappi che ho sempre apprezzato tanto.. ora vado a cercare un panno per asciugare lo schermo dalle lacrime.. ;))