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03 January 2016 @ 09:36 am
Quando si dice  
"Piuttosto che andare a trovare lo zio Isacco mi metto a lucidare il pavimento con due passate di cera e cambio spazzole"
oppure: "Piuttosto che andare in centro all'ora di punta riordino gli armadi".
Con questi confronti creiamo inconsapevolmente la nostra scala delle incombenze, diamo un valore ad ogni impegno e siamo pronti ad affermare (a volte segue anche il fare) che stirare è meglio che lavare, che portare la plastica all'isola ecologica è meglio che cambiare la cassetta del gatto e via così. La nostra hit parade degli obblighi varia di continuo, i capricci dell'umore producono lente ascese o veloci crolli dei vari impegni, solo alcuni (i peggiori) rimangono stabili in vetta alla classifica e vengono citati solo in rarissime occasioni spesso come retorici sinonimi del non fare.
A volte poi le alternative non corrispondono ad azioni fattibili e sono così esagerate da convincere l'interlocutore della nostra intenzione di non voler affrontare quanto proposto.
Ecco che allora: "Piuttosto che andare a trovare lo zio Isacco mi taglio la testa col trinciapolli" manifesta in pieno la nostra poca volontà di raggiungere l'odiato parente che tra l'altro, messo al corrente della nostra intenzione, non vorrebbe mai averci sulla coscienza.

Se siete rimasti colpiti da questo interessantissimo saggio non perdetevi il futuro trattato dal titolo: "Per quanti soldi mi mangerei una cacca?"
Prosit
 
 
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