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29 September 2010 @ 05:05 pm
La mia stazione  
Io capisco, capisco tutto.
E al mattino, quando scendo sottoterra mi sembra di sentirli tutti.
I pensieri intendo, quelli degli altri.
Mi passano in testa, rapidi come rondini. Se immagino tutto? Chi puo' dirlo.
Tutti intorno a me hanno un buon motivo per andare altrove camuffando l'urgenza di sbrigare il viaggio.
Quelli addormentati, quelli che annoiati cercano un brano sull'Ipod, quelli che leggono notizie dal giornale trovato sul sedile.
Tempo, sguardi all'orologio e copie di ognuno riflesse nel vetro che il buio del sottosuolo ha reso specchio.

Pensieri volano senza sosta sfiorando il tetto grigio della mente.

Ad ogni stazione la metropolitana si mostra come una marmotta che spunta dalla tana. Per pochi istanti sta immobile, attenta, poi dopo un impaziente sibilo, riparte verso un nuovo buio che l'accoglie.
Quando arriva la mia stazione scendo.
Buffo come ci si appropri delle cose, e' bastato un solo anno perche' quella sia diventata la "mia" stazione.
E come se davvero mi appartenesse sono pervasa da una gioia che non so spiegare quando vedo gli addetti fare le pulizie, il tecnico prendersi cura del sistema di accesso, il fioraio ravvivare le margherite e lo confesso, una nuova scritta sulla parete e' come un foruncolo spuntato nella notte sulla pelle della mia fronte.
A volte nella mia stazione c'e' musica. Note che echeggiano sulle arcate, si infilano nei cunicoli e ritornano piene di polvere e buio.
E c'e' profumo, di ferro e elettricita', di colla e sapone, di pane appena sfornato, di latte per neonato, di cellophane e castagne, di un milione di profumi sopra un milione di pelli di un milione di colori.
Gli odori del sopra penetrano anche qui. Curiosi, ammiccanti, sembrano dire: "Venite a vedere la luce del sole!"

Salgo vestita di un solo mantello che scivola via, gradino dopo gradino.
La' fuori, nuda, ho un corpo all'improvviso.
Stavo sotto un sasso, tra le pagine di un libro, dentro il barattolo delle spezie, sotto un tronco morto che qualcuno ha sollevato ed ora sbatto gli occhi come se dovessi vergognarmi di tutta quella luce.

Il ristorante e' a pochi passi.
Quello non mi appartiene.
Il proprietario e' il signor Maginot, io sono la cameriera che si occupa dei tavoli dispari.
Per otto ore passeggio sul brusio della sala, tra i volti che ridono, le forchette che tintinnano e le parole che afferro qui e la' fino a formare storie a cui do' un senso. A volte mi fanno sorridere, altre mi pare di averle gia' sentite.

A meta' mattina, quando tutto e' pronto per ricevere gli ospiti, esco dalla porta sul retro.
Sto zitta, immobile, senza timore di essere notata.
Ho bisogno di questo tempo mio che dura un bicchier d'acqua, cerco il silenzio e la mia stazione poco sotto.
Le sue impercettibili vibrazioni attraversano il suolo, salgono lungo il muro e mi carezzano la schiena.
Sento la metropolitana che arriva e riparte, la musica che si solleva e rimbalza, le unghie di un topo, l'abbraccio di mia madre.


 
 
Current Location: Saint Germain des Pres
Current Music: Joel Grare - Bzzz
 
 
 
fuchsia_gfuchsia_g on September 29th, 2010 08:35 pm (UTC)
E penso. Quando l’ho lasciato, lui, il mio wang, dormiva ancora.
Coricato sulla schiena, le mani appoggiate leggere sulla pancia tesa come una tavola da surf.
Quanto mi piace scivolarci sopra, ripassandone i confini dapprima col viso e poi, in cerchi sempre più ampi, con le labbra.
Ma ora son qui, un muro a tenermi in piedi, il fumo della sigaretta tra le dita, e questa busta azzurra nella tasca del grembiule. L’ho sfilata dallo spioncino della posta, stamattina; sporgeva quasi per intero, come se avessero avuto fretta di liberarsene. Non c’era altro che il mio nome sopra, e nessun odore, solo un segno, forse di un pollice. È ancora chiusa, intatta, nella sua innocenza.
Ho preso il solito croissant nella panetteria due strade avanti. E poi, il treno, nuotando tra scie note di parole.
E’ il naso, ad indicargli dove andare, ho pensato, guardando quel uomo secco ed alto venire avanti lungo il binario 1, opposto al mio, con due buste di plastica nelle mani. Indifferente a tutto ciò che non fosse la sua destinazione, quella linea retta che pareva gli si stendesse davanti partendo dalla sua faccia, l’impermeabile informe a battere ben oltre le ginocchia.
“Dimmi qualcosa, qualunque cosa”, avrei voluto urlargli.
Ma l'ennesimo treno arriva e si ferma, nascondendolo quel tanto per portarlo via.
Naoki Kanta era mio nonno. Mi portava a spallucce, non ero granché forte neppure da piccola, gli avrei raccontato.
sig_ombrasig_ombra on September 30th, 2010 11:29 am (UTC)
Bella pagina, un piacere.
clap a tutti e due.
(mi garba anche l'immagine)