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12 October 2010 @ 05:02 pm
 
Ho deciso di non scrivere.
E nel preciso istante in cui ho digitato il primo carattere, sono venuto meno alla mia intenzione.
se vado avanti di questo passo riempiro' una pagina di niente, cioe' di dichiarazioni sulla mia non voglia di scrivere.
E' un paradosso me ne rendo conto, piu' scrivo e piu' mi allontano dai propositi.
Il fatto e' che lo scrittore (colui che scrive ndr) non e' afflitto solo dalla nota malattia chiamata: "Sindrome della pagina bianca".
Nossignori, altre e forse piu' micidiali malanni sono sempre in agguato.
La febbre della perfezione fa si che un pezzo non sia mai finito e venga continuamente modificato fino a sconvolgerne completamente il senso.
La sua fine? Appallottolato nel cestino insieme alla buccia di banana, ai riccioli di matita temperata e ad un secco chewingum.
La maledizione dell'incipit: il peso che ha sulle spalle la prima frase diviene all'improvviso un fardello insostenibile.
Si cercano allora altre frasi di sostegno, aggettivi di aiuto, avverbi di conforto ma si ottiene un informe gruppo di individui che sembrano portare sulle spalle una cassa da morto senza alcuna coordinazione.
Allora si finisce per smettere, prima che la cassa si sfracelli al suolo con macabre conseguenze.
La febbre dell'interesse colpisce i poco sicuri insinuando tarli nel giovane legno della loro convinzione.
"Sei sicuro che questa roba interessi a qualcuno?" - sussurrano nella mente "Sei certo che questo non sia mai stato scritto?"
Di solito sull'epitaffio conclusivo le parole scolpite sono: "Scrivi per te stesso vero? Allora fai presto cosi' potrai nascondere il foglio in fondo al benedetto cassetto, si lo stesso dove hai riposto i sogni.
E ci sono le malattie rare, quelle che colpiscono a sorpresa e che non hanno nome.
C'e' poca luce, ce ne' troppa, c'e' rumore, c'e' troppo silenzio, non ho la giusta predisposizione mentale, ho l'animo triste...
Avrei voluto scrivere una cosa tipo... si tipo un dialogo tra due persone molto diverse... cercare nelle parole il contrasto delle culture, magari una vena umoristica, sarcastica, spiritosa quel che basta ma niente di scontato, per carita', tracciare personaggi pieni di sfaccettature ma trasparenti in modo che attraverso l'uno si possa vedere l'altro...
Avrei voluto scrivere un grande romanzo, un tomo di seimila pagine che parte dalla nascita di un uomo e generazione dopo generazione arrivi ai pronipoti dei pronipoti e infine alla nascita di un uomo uguale in tutto e per tutto all'antico avo. Stesso nome, stessa espressione e nella testa gli stessi pensieri.
Avrei voluto far parlare i sassi e le grondaie, dialoghi tra artefatti dell'uomo e creazioni della natura.
Avrei voluto cercare di descrivere l'amore attraverso i riflessi di luce di una pozzanghera dove e' appena finita la scarpa di vernice rossa di una ragazza che ha ricevuto il primo bacio.
Avrei voluto un elenco di possibilita', enumerare i mille destini di uno qualunque per poi cercare di tracciare una linea che colleghi il punto A meglio noto come nascita e il punto B tristemente noto come morte e poi tentare di incrociare altri destini e probabilita' e imprevisti come se bastasse un righello e una matita per mandare avanti il mondo.
Avrei provato a buttar giu' frasi automatiche, pensieri appena formati e poi, a dividere le parole, manciate di punteggiatura.
Avrei cercato un senso, forse mi sarei stupito perche' davanti a me si sarebbe formata la risposta a tutte le domande.
Avrei potuto provare molto altro ma non oggi, oggi ho deciso di non scrivere.
Prosit

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fuchsia_gfuchsia_g on October 13th, 2010 02:20 pm (UTC)
La ‘Maria Celeste’, un brigantino di 103 piedi salpato da New York per Genova, il 7 novembre 1872, venne ritrovato abbandonato a circa 590 miglia da Gibilterra, il 14 dicembre.
Intatto, il carico, 1700 barilotti di rum cubano.
A parte la scialuppa di salvataggio, che pareva rimossa con agio, piuttosto che durante un’emergenza, mancavano solo gli strumenti e le carte di navigazione.
Sulla nave si sarebbero dovuto trovare il capitano Briggs con la moglie Esther, la figlia sedicenne Lucy ed otto uomini d’equipaggio.
Nella dispensa, cibo ed acqua per sei mesi.

(dal “Cornhill Magazine”, Arthur Conan Doyle, ‘J.Habalick Jephson’s Statement