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21 September 2011 @ 11:12 am
Dalla finestra  
Interpretazioni personali su quanto vidi il giorno ventunesimo del mese di settembre dell'anno duemilaundici

Me ne stavo al balcone, i gomiti appoggiati al marmo, il busto incorniciato dal legno bianco della finestra quando tutto comincio'.
La brezza indicava che l'autunno era ormai alle porte. Ero certo che non avrebbe bussato prima di entrare, nè avrebbe avuto la gentilezza di usare le pattine ma del resto erano le mezze stagioni quelle che avevano un poco di garbo, e quelle, si sa, non ci sono piu'.
Ora per non uscire dal seminato continuo a raccontare.
Dalla mia posizione elevata (tutto è relativo ma un quarto piano è pur sempre una bella altezza), osservavo la strada sottostante.
La via, chiamata "Dei mestieri" parte da viale Vittorio Emanuele e si getta come un fiume nel mare, al centro di Piazza Serzola.
Le mie finestre si trovano circa a metà. Ora non so dire se sia nata prima la strada o la magione dove dimoro, poco importa, quello che invece è certo è che gli eventi che accadono sotto il mio naso riescono sempre a sorprendermi.
Dunque dopo aver fatto colazione e sbrigato le faccende di toeletta, me ne stavo alla finestra.
Indugiare in quelle prime ore del giorno è un lusso che mi concedo prima di affrontare gli studi. Tra le carte mi capita di isolarmi, perdere la cognizione del tempo e talvolta divenire sordo perfino alle urgenze che organi quali stomaco e vescica pretendono.
Dunque dicevo, ah si, la finestra.
Ciò che mi piace di quel luogo di osservazione è la sensazione (che credo corrisponda a realtà) di poter vedere senza essere scorto.
Ciò mi infonde un senso di superiorità ineguagliabile come quando si fa parte di una giuria e da una nostra decisione sembra dipendere un qualche tipo di futuro.
Forse pecco di superbia, spero di non sembrare troppo distaccato e di tentare di scimmiottare il signore Iddio ma forse che anche lui, da lassù, non osserva senza essere scorto?
Di certo la sua finestra sarà d'oro e mentre sta li' sarà allietato da cori d'angeli e cherubini ma per il resto non posso fare a meno di notare una precisa somiglianza.
Dunque erano già passate alcune carrozze, i tetti lucidi e neri erano sfilati come una fila di scarafaggi che si muove verso il cibo.
Probabilmente erano dirette ad un funerale, in lontananza sentivo i lugubri rintocchi di una campana che suonava a morto.
Avevo immaginato alla fretta degli occupanti, all'urgenza di raggiungere la chiesa per l'estremo saluto e immagini di fiori e terra mi avevano per un istante riempito la mente.
Poi era stato il turno dell'arrotino. Era salito lungo la via spingendo il suo carretto, un aggeggio poco solido che ad ogni spinta cigolava sinistro.
Si era fermato all'angolo di Via Giordano dove si era, come dire, espanso.
Da uno sportello erano usciti grossi secchi di latta che l'uomo aveva prontamente riempito con roncole e coltellacci, poi uno sgabello a tre gambe e un basso tavolino sul quale aveva allineato rasoi, forbici e altre lame che brillavano come pesci nello stagno.
Era stato rapido come un soffio di vento come se l'esitare fosse sinonimo di pigrizia.
Già alcune donne si erano fermate presso di lui e cavavano da fagotti lame sdentate e coltelli senza filo quando da un portone, anzi dal mio portone, ecco spuntare il muso tondo di una bicicletta.
Prima la ruota anteriore, poi il manubrio con le manopole di osso, la canna, e la sella afferrata da una mano e poi a seguire il braccio infilato in una giacca nera e poi il resto, conoscete tutti il resto di una biclettta, non c'è bisogno che mi dilunghi.
Era la bicicletta del ragionier Savini ed era lui quello in paglietta e abito elegante che si mostrava al mondo.
Guardai il mio orologio, per farlo dovetti lasciare la posizione e per stoltezza diedi una gomitata nello stipite.
Non fu una grande botta ma mi innervosi', ricordo bene che imprecai a voce alta.
Ora la mia memoria è buona ma non rammento quale genere di improperi cavai fuori, quel che è certo è che in parte servirono a calmarmi.
Osservai dunque l'orologio che segnava senza dubbio le otto in punto.
Come mai quel nullafacente usciva di casa a quell'ora? Non era sua consuetudine alzarsi prima di metà mattina e solo dopo aver divorato la colazione, che la signora Gertrude gli serviva in terrazza.
Che avesse deciso di trovarsi un lavoro? Poteva un uomo abituato dalla nascita ad essere servito e riverito, lavorare?
La bicicletta poteva indicare una meta fuori mano e il vestito così elegante escludeva una scampagnata.
Mi riproposi di indagare e chiusa la finestra mi diressi verso la scrivania dove mi aspettava il libro spalancato, affamato dei miei occhi.

Intanto, non osservato, il fanalino di coda che sancisce la fine del velocipede, spariva dietro l'angolo.
 
 
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Current Music: FF7 - Aeris' theme
 
 
 
josephine_march: applausijosephine_march on September 22nd, 2011 04:30 pm (UTC)
Bello, veramente bello.
Continua?