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14 December 2011 @ 10:27 am
L'albero di Natale  
I Natali quando ero bambino.
In casa nostra, grazie ad un parente che aveva un vivaio, si e' sempre usato un albero vero.
Alberi che hanno vissuto con noi per un mese e poi hanno continuato a vivere in un ambiente piu' naturale.
Per ridurre il patimento che la povera conifera doveva comunque sopportare, mantenevamo la terra del vaso umida e per la sua sopravvivenza evitavamo di tagliare la cima per adattare il puntale.
Non so se e' per quel motivo ma tra gli oggetti che odio ci sono i puntali di vetro.
Comunque accadeva di sabato, l'albero era sul pogiolo che aspettava da giorni, dopo pranzo arrivava il momento.
Lo scatolone con gli addobbi si trovava nel "Buco" un soppalco che stava sopra il soffitto del bagno.
Recuperarlo era un impresa non meno impegnativa di quella che Babbo Natale svolgeva la santa notte.
Decine di oggetti, scatole, sacchi, erano posizionati davanti allo scatolone natalizio.
Con la scusa che si usava solo una volta all'anno, aveva la collocazione piu' profonda del buco.
In realta' il resto delle masserizie si usava ancora di meno ma qui entriamo nella scienza occulta dello stipaggio in luoghi ameni dove la logica non conta.
Mio papa' ritto sulla scala, mia mamma di sotto pronta a ricevere gli oggetti (in testa) che poi collocava sul pavimento.
Le strenne natalizie cominciavano li', per ogni oggetto c'era quella personalizzata da mio papa'.
"Perche' abbiamo tenuto questo coso? Come mai non abbiamo buttato quest'altro?" e cosi' via fino a svelare lo scatolone.
Rimesso tutto nel buco, lo scatolone veniva posto al centro del tavolo della cucina e poco dopo arrivava anche l'albero racchiuso da un sacchetto trasparente.
Non appena si sfilava via la plastica ecco che l'albero sbocciava come un fiore spargendo il suo magnifico odore per tutta la casa.
Il posto prescelto per la sua collocazione era in corridoio, vicino alla doppia porta che dava sul pogiolo.
La porta veniva tenuta semiaperta per i motivi legati alla sopravvivenza di cui sopra.
La prima fase era l'installazione delle luci.
Una prima fila formata da cendeline con molla, una seconda da palline luminose, una terza di piccoli pisellini uniti da un filo sottile.
Mio papa' dopo averle provate cominciava a piazzarle.
Di solito a lavoro finito c'era sempre qualcosa che non andava.
Una intera fila non si accendeva, un altra rimaneva accesa fissa, un altra ancora mostrava lampadine spente come un sorriso sdentato.
Continuavano cosi' le strenne. A casa mia il Natale si sentiva nell'aria.
Comunque alla fine l'albero era illuminato a dovere e pronto per ricevere tutte le palline dello scatolone.
Le palline si dividevano in due gruppi, quelle che potevo maneggiare perche' infrangibili e quelle che non dovevo nemmeno sfiorare perche' erano di vetro sottilissimo, fragilissimo, che erano nella nostra famiglia da ventidue generazioni, che se le rompi non si trovano piu'.
Il pensiero che sul mio nome dell'albero genealogico ci finisse la nota: "Diseredato perche' ruppe le palline di vetro di Natale" mi agghiacciava, percio' lasciavo che gli altri levassero quelle fragili mine antiuomo e poi cominciavo a scartare.
Ci sarebbe da scrivere a lungo sulla carta di giornale che avvolge le palline di Natale.
Quel sottile strato di cellulosa che ha il compito di proteggere e di conservare nel tempo i gioielli di famiglia, vive il suo momento di gloria solo per pochi giorni.
Quando e' libera dal fardello puo' finalmente distendersi e rilassarsi adagiata sul fondo dello scatolone ma l'Epifania giunge rapida.
La carta viene nuovamente avvolta intorno alle palle, nuove pieghe ornano la sua superfice e per un anno rimarra' al buio dentro lo scatolone in fondo al buco sul soffitto del bagno.
Ma torniamo alle palle, quelle ricoperte di seta erano le mie preferite, potevano caderti da quindici metri senza subire alcun danno, rimbalzavano come palline da ping pong e una volta disposte sui rami, riflettevano le luci meglio che quelle opulente palle di vetro intoccabili.
Terminata la pallacollocazione era il turno dei festoni.
Quelli se ne stavano attorcigliati dentro una vecchia scatola da panettone.
Nella mia famiglia non c'era il gusto per l'accostamento di colore, o forse non sapendo bene come fare, si usavano tutti.
Quei piccoli boa di struzzo venivano messi intorno ai rami, uno dopo l'altro, colore su colore non smettevano mai di uscire dal bidone fino a riempire tutto l'albero nascondendo le palline e i rami.
Avremmo potuto decorare l'attaccapanni ottenendo lo stesso risultato.
Quando qualche ospite entrava a casa, alla vista dell'albero spesso sussultava temendo di essere assalito da un mutante proveniente da un altro pianeta.
Da quel giorno l'albero mostrava la sua presenza intermittente nel buio del corridoio, ogni tanto andavo a trovarlo perche' nonostante fosse decorato come un carretto siciliano, ero certo che si sentisse solo.
Prosit
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