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04 September 2012 @ 11:17 am
La parte opposta  
Ci sono giorni in cui un abulica indolenza ci pervade le membra.
Per quanto consci di sapere che il treno non ci aspetta e che una vita attiva e' il miglior modo per ringraziare di essere al mondo, ce ne stiamo dove siamo a non fare... niente.
A volte sono briciole di pane spostate una ad una dai rebbi della forchetta, altre sono pagine di un libro sfogliato da un ritmo fiacco e passate in rassegna da occhi che non leggono che qualche parola presa qui e la': Spuntone, Beatrice, Corda, Temporale.
Altre volte ancora, se abbiamo davanti lo schermo di un computer, navighiamo senza meta come fossimo su una zattera abbandonata alla corrente.
Passeggiamo lungo quegli istanti eterni con un indolenza da sala d'aspetto e perfino la nostra postura diventa l'icona del nostro stato interiore.
Molli e svuotati come cornamuse ce ne stiamo stravaccati, divisi tra l'attesa e la voglia che non accada nulla.
Quei giorni, nonostante il nostro stato cominciano e continuano.
Dopo la violenza del risveglio e l'uniformarsi al generale stato di decenza e pudore, capita che spostiamo la nostra massa sopra un treno e ci illudiamo di avere la meglio sopra ogni accenno di cedimento.

Ma il treno e' piu' scazzato di noi, non si lava, non arriva puntuale e ci inghiotte senza masticarci.
Dentro le sue viscere si puo' facilmente cadere preda del sonno, e' cosi' dolce abbandonarsi al suo movimento ipnotico.
Anche il rumore concilia e se quel giorno non ci importa granche' della stazione di arrivo e' facile rilassare i muscoli e farsi abbracciare dal sedile lercio fino a raggiungere luoghi che si trovano ben oltre la nostra meta.
Ma se una forza sconosciuta ci spinge a rimanere desti e al momento giusto scendere alla stazione abituale, quali energie muovono il nostro corpo fino a fargli raggiungere l'ufficio?
Come zombi trasciniamo le membra, la testa ciondolante sul collo, le braccia appiccicate alle spalle da puntine da disegno sembrano in procinto di staccarsi e vorremmo almeno morire lungo il percorso da soli, cadere dietro un cespuglio dei giardini, finire per essere ricoperti dalle foglie e poi decomporci in silenzio fino a diventare humus.

Invece tocca interagire, salutare, sorridere, conversare.
L'avversione per il prossimo e' abbastanza forte da farci deambulare lungo rotte che evitano collisioni e sfoggiando il grugno, almeno sulla carta, dovremmo evitare i piu'.
Ma c'e' sempre quello ipercinetico che fin dalle prime luci, e' eccitato come un bambino alla vigilia di Natale.
Quello ti punta come un missile a ricerca-scazzo-termica, segue la tua rotta a zig zag, si fa beffe della tua espressione, si avvicina, ti tocca, ti afferra una spalla, ti scrolla e ti urla nelle orecchie: "BUONGIORNO AL MATTINO EH?" E dentro quell' "Eh" c'e' il cazziatone perche' mica e' il modo di comportarsi, le buone maniere, il prossimo..."
Ci sono giorni che bisognerebbe girarsi dall'altra parte.
Quale parte?
Quella opposta.
Prosit
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