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24 October 2012 @ 10:03 am
Il consueto tragitto  
Esce di casa varcando il portone, dito che scatta a sbloccare la serratura che risponde con un: "Click" che e' come lo sparo della pistola nei cento metri piani, sfiora una moto parcheggiata, prosegue fino al marciapiede dove schiva due merde di cane e osserva cartacce arrotolate dalle ombre lunghe come watussi.
Prosegue e la borsa rimbalza lungo il fianco, ad ogni passo un colpo come un padre che rammenta di essere gentile, di attraversare la strada con prudenza, di mettere la canottiera di lana, di non accettare caramelle dagli sconosciuti, di stare attenti alle brutte compagnie.
La spalla ne sente il peso che la coscienza ha ormai dimenticato: quel tocco di mani grandi, la sua voce profonda, le lunghe pause tra le frasi.
Si chiede ogni volta se questo contribuira' alla cervicale ma non la sposta cosi' da avere una spiegazione a quando sentira' dolore.
Saluta il fruttivendolo con il solito cenno muto, strizza l'occhio ad un bambino, si scosta per far passare una nonna che spinge con amore il suo nipotino indolente.
Ancora continua, di strada ce ne', attraversa la strada, aggira lo spazzino, varca l'ingresso della stazione dopo aver salutato anche il giornalaio che non contraccambia, (sta contando degli spiccioli).
Arriva al binario, prosegue fino ad una zona deserta (un modo come un altro per non sentirsi uguale agli altri) e quando arriva il treno non sa se essere felice o triste.
In effetti quella e' pur sempre una (piccola) partenza.
 
 
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