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06 May 2013 @ 09:53 am
Il carnaio  
Si comincia con un timido: "Qui e' pieno, potremmo andare un po' piu' avanti..."
E all'inizio, all'inpiedi nello stretto spazio che separa la porta dal corridoio, c'e' in ognuno una piccola rassegnazione, come una voce sottile che dice nell'orecchio:"Porta pazienza, e' lunedi',cosa vuoi che sia affrontare il viaggio in piedi? Puoi scambiare due parole con il tuo amico, fuori c'e' il sole, che vuoi che sia...".
Ci si potrebbe perfino fare una canzone: "Che vuoi che sia, la vita non e' forse una lunga ferrovia?"
E' dopo qualche minuto, e precisamente alla fermata successiva, che comincia la tragedia.
Perche' sale gente, tanta, troppa.
Con un fenomeno che si puo' spiegare solo con la teoria della compenetrazione della materia, la gente continua a salire e quelli sopra a farsi un po' piu' in la' anche quando in la' non c'e' piu' nulla.
La gente seguita ad entrare, i corpi ad avvicinarsi fino a quando non avviene il contatto, tutto diviene un unico essere multicervello e scazzodotato che si prepara ad affrontare il peggio che verra'.
Meno raro dell'aurora boreale, ecco apparire l'effetto "Catena", una spinta applicata al primo signore che occupa la porta, si trasmette fino alla signora che sta due carrozze piu' in la'.
La gente smette di spingere ed entrare solo quando si rende conto che il treno non potra' proseguire a porte aperte o con il ragionier Scazzeni appeso ai gradini.
Non appena si chiudono (a fatica) le porte e il treno (mooolto lentamente) riparte, comincia il reality show spontaneo: "Umanita'pressata".
Frasi che si sentono e che si ripetono ad ogni evento di quel genere:
"Se andate piu' avanti stiamo meglio tutti" (Che e' un po' come quella che se tutti pagassero le tasse...)
"E' una vergogna!" (nelle varianti: e' uno schifo, un indecenza, una tristezza"
Il paragone piu' usato e': "Carro bestiame" ma anche "Treno di Calcutta" o "Carnaio" (che rende molto bene).
Il controllore in questi casi spesso si dissolve, qualcuno giura di averlo visto infilarsi in un finestrino, strisciare sotto il treno e proseguire il viaggio come Buster Keaton, appeso ad una sbarra a pochi centimetri dai binari.

Gli spazi vitali di ognuno, quelli che dovrebbero essere naturalmente rispettati, vengono annullati.
Avevi indossato quel tailleur che ti sei svegliata alle cinque per stirarlo?
Ora arriverai in ufficio e sembrerai appena passata sotto gli spazzoloni di un autolavaggio.
Avevi deciso di controllare quei compiti in classe approfittando del viaggio?
Quando entrerai in classe, dopo essere stata cazziata dal preside per il ritardo, i tuoi alunni non ti riconosceranno.
Volevi cominciare la settimana in modo graduale? Passeggiare sulla riva per lasciare che le onde lambissero languide le tue estremita'? Volevi avvicinarti e lasciare che il tuo corpo si abituasse lentamente alla temperatura del mare?
Sei un ingenuo.
Al mattino c'e' qualcuno che ti spinge da uno scoglio altissimo, completamente vestito, dentro un grigio mare ghiacciato.

Pur in quella precarieta' di ossigeno e centimetri quadri, dove l'uomo si sente fratello, dove il concetto di umanita' riempe perfino le tasche, ci sono i fortunati e coloro i quali possono sperare nella pieta' del prossimo.
I primi sono riusciti a conquistare una parete, un sostegno, un piccolo anfratto o pertugio nel quale rannicchiarsi.
A volte il viaggio e' cosi' lungo che cominciano a considerare questi spazi la loro casa. Appendono poster e quadri, qualcuno tira fuori un cuscino, si mette le pantofole, comincia a stendere la tapezzeria.
Tutti gli altri, e sono la maggior parte, sono in balia del carnaio.
Ci sono quelli che stanno ad occhi chiusi, sorretti dalla folla.
Alcuni dormono, altri sono svenuti, altri ancora sono struggenti cadaveri verticali che la morte ha colto proprio nel momento in cui volevano pronunciare un ovvieta'.
Ci sono ginocchia in contatto con borse e gambe incollate a glutei e schiene che han preso la forma di visi.
Questo pongomostro, questo deposito di stoffa, carne, plastica e tecnologia (perche' nel marasma ognuno cerca scampo dentro il piccolo schermo di un cellulare o di un tablet), e' in continua espansione e per via che ad ogni fermata alcuni scendono e altri salgono, e' in continua evoluzione.

Quando arriva la nostra fermata e laggiu' una sibilante porta si spalanca con le sue promesse di luce e aria, raccogliamo tutte le nostre poche forze residue, e ci lanciamo verso la salvezza.
Non importa se dobbiamo scartavetrarci contro esseri dalla barba piu' dura che la pelle di uno squalo, non importa se dobbiamo prendere a gomitate la suora, se dobbiamo calpestare un bambino, frantumare occhiali o lussare gomiti e spalle...
non importa, la luce e' laggiu' e ci chiama suadente: "Vieni da me, potrai respirare e avrai abbastanza spazio da poter controllare se hai ancora le scarpe infilate nei piedi..."
Cosi' usciamo, estromessi da quell'intestino colorato e sudaticcio, raggiungiamo il marciapiede dove possiamo controllare di avere con noi la borsa, la giacca, l'orologio e le orecchie.
Siamo pronti per camminare verso l'ufficio.
Quell'improvviso e sterminato spazio che ci circonda ci da' le vertigini, fischiettando il tema di "Nata libera" proseguiamo felici. Sul viso un sorriso ebete, nei capelli il vento della liberta'.

Free, like a river raging
Strong, if the wind I'm facing.
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fuchsia_gfuchsia_g on May 6th, 2013 08:07 pm (UTC)
un salto, nell'aria che brucia...
ben scritto,belle immagini