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20 May 2014 @ 09:05 am
Sempre code  
Le code, fenomeno spontaneo che si presenta con piu' frequenza nei paese civilizzati.
Da noi l'assembramento di persone incarna il vero significato del termine: "Cosa e' quel casino? Forse assembra una coda?"
Sul vocabolario italiano-italiano il significato di coda e': "Manipolo di individui che dopo essersi presi a gomitate negli zigomi e a ginocchiate nelle palle, ha trovato un ordine naturale dove lasciare il corpo a sbuffare in attesa di scattare se qualcuno fa il furbo".
Talvolta, per onorare i paesi limitrofi, la coda rispetta i requisiti ovvero ognuno sta dietro a colui che lo precede.
Se una coda e' ben costruita, l'ultimo ha l'impressione di avere davanti un solo individuo, un fenomeno del genere e' pero' cosa rara, perfino agli inglesi capita un paio di volte nella vita.
Un paese che ha dato i natali a famosi artisti, designer, creativi e musicisti non puo' certo pensare di inquadrare i propri cittadini in rigide code prive di estro e inventiva no?
Coda o non coda, ognuno attende il proprio turno e tre sono le fasi che occorre attraversare per la redenzione.
Il paragone con la divina commedia nasce spontaneo.

Fase uno o "Della arrendevole rassegnazione".
Nessuno fa le code per scelta, tra gli sport insoliti la coda non e' ancora stata inserita percio' se dobbiamo pagare una bolletta, ritirare il libretto degli assegni, comprare il pane o ritirare le analisi del sangue, occorre aspettare.
Moderni sistemi automatici per la gestione delle code sono ormai attivi un po' ovunque.
Dai meccanici distributori di biglietti a schermi multimediali che indicano il tempo medio di attesa, le percentuali mensili, l'ora e la temperatura esterna.
In questa fase, dopo aver visto quante persone ci precedono grazie all'ausilio dei suddetti mezzi o di valutazioni spannometriche, si sta.
Si sceglie solitamente un posto comodo, leggermente defilato ma con una buona visuale sul tabellone.
Con la coda dell'occhio si controlla lo sportello e dopo essersi appoggiati ad una mensola, alla parete, al portaombrelli si attende.
E' la fase piu' tranquilla dove si potrebbe perfino sopportare che qualcuno passi avanti. E' come versare un bicchiere d'acqua nel mare, il livello non cambia.

Fase due o "Manca poco all'arrivo ma occhio che quella vecchina fa finta di chiedere informazioni e invece vuole saltare avanti di dieci caselle".
Qui occorre abbandonare la posizione di attesa precedente, gonfiare il petto, afferrare l'ombrello e dopo averlo sbattuto un paio di volte sul pavimento per mostrare a tutti la sua solidita', avanzare in mezzo alla folla con il proprio biglietto sollevato come farebbe un prete con le reliquie di un
santo..

Fase tre o "Ora tocca a me"
Se fino ad un istante prima abbiamo maledetto la lentezza del prossimo, l'inerzia con la quale la cassiera contava i soldi, le indecisioni, i dubbi, gli
spiccioli che non si trovano, le banconote di grosso taglio "Che non cio' il resto", i "Mi saluti tanto sua figlia Gisella", i "Mi dispiace", il bancomat "Che ha smesso di funzionare proprio adesso", o ancora i: "C'e' qualcuno in coda che non sta aspettando la focaccia e vuole solo del pane?".
Ora e' il nostro turno e possiamo prenderci tutto il tempo che serve, possiamo, se ne abbiamo voglia, fare come quelli che bloccano il traffico per attraversare sulle strisce e invece che procedere con una camminata decisa, attraversano con piccoli passi lenti facendo bene attenzione ad allineare la punta delle scarpe con quella della vernice, poi simulano un crampo, poi guardano negli occhi quelli in coda con uno sguardo da: "Devi morire di attesa".
Dunque possiamo cominciare chiaccherando con l'impiegata allo sportello, se la conosciamo sara' piu' facile trovare argomenti in comune, se e' una persona sconosciuta potremo comunque fare un complimento sulla collana di graffette che porta al collo (e' cosa nota che le impiegate degli uffici pubblici creino la propria bigiotteria con la cancelleria in dotazione) parlare del tempo, e arrivare ben presto a quella confidenza che permette discorsi piu' ampi e profondi.
Se siamo in un negozio, finalmente vis a vis con il commesso, le mani appoggiate al vetro del banco frigo e dietro la marmaglia sbuffante possiamo ordinare la merce snocciolandola lentamente come grani di un rosario: e mi da' un etto di quella con la cipolla, no, non dal bordo, ecco si quella, faccia ancora un pochino, si lasci, no levi, ancora un poco si, quanto e'? Ne metta ancora un pezzo ma stavolta dal bordo, anzi un angolo, ce l'ha un angolo di focaccia? Poi un panino, facciamo due, cosa ha? Quello di pasta dura e' ben cotto? E le biove sono croccanti? Mi faccia vedere.. mm va bene metta anzi no, senta mi dia un paio d'etti di grissini, si ma stia attenta che non si spezzino che non sopporto di mangiare i grissini spaccati, e' piu' forte di me.
Poi avete mica del lievito? Si? Allora me ne dia.. vediamo... quanto lievito ci vorra' per fare diciamo... un paio di pizze?
E il prosciutto mi faccia un po' vedere, e' sul fondo? Mm allora la mortadella se e' in offerta altrimenti lasci, no prendo il salame, un etto e trentacinque.
Arrivati poi alla cassa possiamo scegliere se pagare con una banconota di grosso taglio per far bestemmiare con il resto, oppure essere ligi e offrirsi
di cercare tutti gli spiccioli per coprire l'intera somma. Magari e' il momento buono per tirar fuori quei sei chili di monete da un euro e contarle una dopo l'altra (ricominciando qualche volta da capo).
Forse c'e' una legge del contrappasso, piu' si attende e piu' si fa attendere il prossimo.
Per questo nelle code e' meglio essere davanti, il tempo di attesa non e' costante ma esponenziale e se non vogliamo morire (e magari ritrovarci una lapide con la scritta: "Dopo una lunga attesa ha finito di soffrire" occorre fare i furbi che poi e' un ottimo esercizio per gomiti e ginocchia, aiuta a mantenere un linguaggio colorato e ci rende orgoglioni di essere itagliani, ecco.
Prosit