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03 August 2014 @ 05:42 pm
Il sottoscala  
C'era una volta un uomo che odiava gli ombrelli.
Questo non vuol dire che amasse particolarmente il sole, anzi fosse stato per lui non sarebbe mai uscito dal sottoscala del palazzo di piazza della meridiana.
Di quel buco adorava le dimensioni e quell'odore di muffa che sentiva quando avvicinava il naso alle pareti.
Amava la polvere che si depositava sulle ragnatele, i foglietti delle pubblicità cadute per terra le foglie secche della sanseviera che facevano rumore sotto i piedi.
Adorava i rumori che arrivavano da lontano come lo sbattere di una porta qualche piano sopra di lui, la voce di una bambina che canticchiava mentre scendeva le scale, la fatica del motore dell'ascensore, un campanello, il suono di un telefono, qualcuno che si esercitava al pianoforte.
Le persone, quando pensano di essere sole danno libero sfogo a quello che sentono dentro e si mettono a ballare, a pronunciare frasi sciocche, a ripetere parole solo per il suono che fanno senza badare al significato.
Così, di notte, appoggiava l'orecchio alla parete e ascoltava il palazzo che raccontava decine di storie.
Aveva trovato quel posto un giorno, scendendo dal tram attratto dai platani che circondavano il giardino pubblico.
Era bizzarra la loro corteccia a motivi mimetici, che bisogno ha un albero di nascondersi? Un platano poi, era come se un elefante provasse a celarsi dietro un dito. La verità era che si sentiva molto legato a quei vegetali che erano un pò come lui: costretti dalla nascita a vivere sempre nello stesso posto ma pervasi dal desiderio di passare inosservati. Lo interpretò come un segno e infatti di lì a poco, quell'antico palazzo aveva spalancato le porte al suo arrivo. A dirla tutta era stato il postino ma lui ne aveva approfittato e prima che il portone si chiudesse era scivolato dentro veloce come una rondine che passa tra due comignoli.
Aveva forzato la serratura del sottoscala facendo leva con un cacciavite e poi era entrato.
Solo con la porta chiusa, al buio, il suo cuore aveva rallentato poi gli occhi a poco a poco si erano abituati e avevano cominciato a distinguere gli oggetti.
Dentro c'erano i contatori della luce, una pila di elenchi del telefono vecchi di cinque anni e una torcia che accese per osservare tutta la fioca luce che le batterie quasi esaurite riuscivano ad alimentare.
Quel bugigattolo divenne la sua casa.
Usciva di notte e solo per procurarsi il cibo o fare un salto al bagno pubblico dove a volte si concedeva una doccia.
Dentro il suo sottoscala doveva fare silenzio, evitare qualunque rumore e rimanere immobile, soprattutto quando sentiva rumori vicini.
Uscire ed entrare dal portone poi richiedeva la massima attenzione, nessuno avrebbe mai dovuto scoprirlo, doveva essere cauto e silenzioso, leggero come un fantasma e invisibile come un refolo d'aria.

Quel giorno se ne stava seduto sulla pila degli elenchi, ne teneva uno in mano illuminandone le pagine con la pila.
Si era stupito di quanta gente avesse cognomi di animali, quello pareva l'elenco dello zoo e sebbene non ci fossero figure (che lui adorava) alcuni abbinamenti erano davvero divertenti.
Trovò una Rosa Pantera, una Viola Pitone, una Tigre Bianca, una Farfalla Chiara e stava andando alla lettera "C" per vedere se c'era qualche animale Celeste quando sentì un rumore che lo bloccò.
Spense la luce della torcia, posò l'elenco per terra e cercò di sparire nel buio. Si maledisse per aver abbssato la guardia, perso tra le righe dell'elenco non si era accorto di quello che stava succedendo vicino a lui.
Sperò che tornasse presto il silenzio ma il rumore si avvicinò sempre di più. Sentì il suono di qualcosa che veniva posato per terra, poi un rumore di bastoni, forse erano scope che qualcuno aveva poggiato al muro. Sentì il gorgoglio di un liquido, l'eco di un contenitore di plastica, poi si spalancò la porta.
La donna delle pulizie lasciò cadere a terra il secchio e gli stracci che stringeva nell'altra mano e cominciò ad urlare.
La voce amplificata dalla tromba delle scale pareva aumentare di intensità ad ogni istante.
Saliva verso il lucernario rimbalzando sui muri, scivolando sul corrimano, sfiorando porte e zerbini e vasi da fiori e lampade al neon.
Entrava dento il suo sottoscala e pareva come un uncino che vuole far uscire un mollusco dalla sua conchiglia.
L'uomo si alzò di scatto e con la testa colpì il basso soffitto.
La pila degli elenchi crollò, la torcia gli cadde di mano e si riaccese lanciando sul pavimento un raggio che ingigantì le ombre.
La testa gli girava, forse a causa del dolore o forse era lo spavento, si mise anche lui ad urlare mentre si teneva le orecchie tappate.
La donna in risposta si azzittì, l'uomo di accorse della sua bocca chiusa e poi la osservò correre verso il portone ma invece che fuggire come di solito facevano quelli che lo incontravano, la vide scostare un impermeabile che era appeso ad un chiodo sul muro, afferrare un ombrello dal manico di legno e tornare verso di lui brandendolo come una clava.
Sentì il male alla testa ancor prima di capire di che colore fosse l'ombrello, cercò di proteggersi con le mani mentre quella seguitava a colpirlo. Pareva avere una precisa mira che le diceva di calare l'ombrello proprio sul bernoccolo che era spuntato dopo la testata nel soffitto.
Sotto la gragnuola di colpi, riuscì ad alzare la testa nell'intervallo tra due batoste e vide i suoi occhi sbarrati, pieni di venuzze rosse. Li vide decisi ad annientarlo, a schiacciarlo come si farebbe con uno scarafaggio che ha avuto l'ardire di entrare in casa.
Così scappò, si inciampò nel secchio e sentì l'ombrello sulla schiena, Grazie al cappotto che indossava i colpi erano attutiti ma comunque lo incitarono a far presto, a rimettersi in piedi ad aprire il portone e scappar via da quel palazzo con tutta la velocità consentita dalla sue povere gambe.

E fu così che l'uomo sparì e in quel palazzo non tornò mai più. Avrebbero sicuramente cambiato la serratura e magari la donna ora faceva la guardia giorno e notte. Gli pareva di vederla andare avanti e indietro nell'atrio con quegli occhi rossi capaci di vedere anche al buio e quell'enorme ombrello posato sulla spalla, pronto per ogni evenienza.
Da quel giorno continua ancora a cercare occasionali rifugi, appena nota un portone scostato sguscia nel palazzo alla ricerca di un sottoscala ma solo nelle giornate di sole e solo se accanto al portone non scorge nessun dannato portaombrelli.
prosit
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cockelberrycockelberry on August 4th, 2014 07:26 pm (UTC)
Che racconto triste, socio… Bello, ma triste.