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21 August 2014 @ 10:33 am
Andare o stare  
Disse a tutti che se ne sarebbe andato.
Lo disse come si fa alla fine di un discorso dove si è stati derisi o dove le proprie idee ne hanno incontrate altre più coriacee, magari condivise tra tutti gli astanti.
Ci si sente la pecora nera, il capello bianco, la macchia sul muro immacolato e allora si ritorna bambini con la voglia di scomparire.
Chiudere gli occhi e far finta che tutto svanisca nel buio e poi a seguire il desiderio di riaprirli e ritrovarsi da un altra parte soli o in mezzo a visi sorridenti che stan sotto a cervelli che la pensano come noi.
"Allora me ne vado, poi vediamo come farete senza di me" - disse mentre raccoglieva impermeabile e cappello dal gancio sul muro.
"Vattene, senza di te ci sarà più spazio" - disse qualcuno, qualcun'altro rise.
Pensò alla sua corporatura, in effetti qualche chilo di troppo lo aveva e tutto concentrato intorno ai fianchi come la cintura con i piombi di un sommozzatore. Non era certo il più grasso del gruppo.
Immaginò quello stesso posto senza di lui, immaginò le persone parlare in sua assenza.
Parlavano di cose sciocche, del tempo, del campionato, del governo e poi arrivavano a lui.
Poche parole tra le quali cercava di capire se erano pentiti di avergli fatto perdere la pazienza, in effetti immaginava che nessuno avrebbe fatto battute ora che se ne era andato, immaginava che qualcuno alzava perfino il bicchiere per un brindisi a lui dedicato.
Infilò l'impermeabile senza abbottonarlo, si aggiustò il cappello sulla testa, afferrò la valigia. Li guardò negli occhi uno per uno con la speranza che qualcuno facesse un minimo tentativo per distoglierlo dall'intento.
Gli sarebbe bastato poco per tornare sui suoi passi in modo onorevole, una parola magari seguita da una battuta e poi un giro di bevute e cappello e impermeabile sarebbero tornati sul muro in attesa di uscire insieme agli altri.
Ma quei volti rimanevano immobili e muti, qualcuno nemmeno aveva il coraggio di guardarlo negli occhi, sguardi che si perdevano nel bicchiere come per cercare qualcosa, sul pavimento, sul vetro dell'orologio da polso.
"Allora io vado per davvero" - disse ancora e quel "davvero" voleva dire: "E' l'ultima possibilità che avete di fermarmi poi ci sarete solo voi e una sedia vuota".
Un silenzio imbarazzato lo accompagnò alla porta.
Rimase un istante su quel confine poi se ne andò.
Lo videro sparire come un sommozzatore che si tuffa, un istante prima occupa uno spazio, quello dopo non c'è più.
"Ci mancherà" - disse qualcuno
"Ce la faremo anche senza" - disse qualcun'altro.
Il giorno dopo, fin dalle prime battute capirono che senza di lui le serate non sarebbero più state la stesse. Quei silenzi che prima erano riempiti dalla voce del suo sassofono erano assordanti. Mancavano i suoi guizzi, la velocità con cui danzava sulla scala, gli assoli sempre nuovi e il suo sorriso.
Ma ormai se ne era andato.
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