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31 August 2014 @ 09:10 am
Chi la fa...  
"A star fermi si rischia grosso" - diceva Agenore Gambuti, portiere presso il civico museo di storia naturale di Forlimpopoli.
"La coda è meglio se la fate dentro!" - consigliava ai visitatori e ai turisti stranieri indicava gli uccelli con il dito e poi diceva: "Shit! Shit!"
Perchè in effetti le poche volte che era uscito dall'edificio approfittando di un momento di calma, un piccione lo aveva onorato con una medaglia al valore balistico.
Odiava quei pennuti, perfino quelli imbalsamati che stavano nella voliera del terzo piano.
Il loro modo di camminare, la testa che si muove ad ogni passo impegnata in un inutile danza, l'espressione che non mostra alcuna emozione, erano caratteristiche che suscitavano in lui profonda avversione.
Erano quei fili della luce lassù in alto, parevano messi lì apposta. Una folla di uccelli li occupava per tutta la lunghezza e non appena qualcuno volava via ecco subito un altro scendere in picchiata per occupare il posto. Così se proprio lo assaliva la smania di prendere una boccata d'aria, entrava e usciva veloce come un pescatore di perle che sale in superficie per respirare.
Il suo lavoro cominciava quando arrivava nel museo un ora prima dell'orario di apertura.
Se era inverno accendeva il riscaldamento poi si dedicava alle finestre.
Le apriva una dopo l'altra, come occhi che si spalancano al mattino, faceva entrare la luce a illuminare il regno della polvere e degli animali dallo sguardo fisso.
Anche sui davanzali gli capitava di trovare i piccioni, con la testa sprofondata nelle spalle, se ne stavano lì a sonnecchiare.
Non appena girava la maniglia, quelli scappavano con un gran battito d'ali e avrebbe voluto un giorno sorprenderne uno ancora addormentato per cagargli in testa.
Immaginava la difficoltà nell'arrampicarsi sul balcone e poi le manovre necessarie per l'operazione. I pantaloni se li sarebbe dovuti levare prima? E sarebbe riuscito in quella posizione a espletare il bisogno che stava a metà tra il corporale e la vendetta?
Certo qualcuno avrebbe potuto vederlo e pensare che fosse lì per compiere l'estremo salto, magari avrebbe chiamato la polizia e dietro al trambusto si sarebbe radunata una folla, forse proprio sotto i fili e lui a urlare di spostarsi e quelli a prenderlo per matto. Intanto lui avrebbe cercato di mantenere la concentrazione sul suo proposito, un occasione irripetibile che neppure quelli là sotto che scattavano foto e telefonavano agli amici, dovevano fermare.
Magari un maresciallo con il megafono gli avrebbe intimato di non muoversi e lui, con un dito davanti alle labbra, a far segno di non far rumore che il piccione addormentato si sarebbe potuto svegliare e tutto sarebbe stato vano.
Ma da quella distanza quelli di sotto avrebbero visto solo il suo enorme culo bianco, a qualcuno sarebbe sembrato che il gorilla albino, con indosso la giacca del portinaio del museo, avesse deciso di svegliarsi dal suo sonno imbalsamato per scappar via attraverso la finestra, raggiungere i tetti e poi, balzo dopo balzo, raggiungere la Birmania dove era stato rapito centocinquant'anni prima.
Comunque tutto quanto non sarebbe mai potuto accadere quei ratti volanti erano troppo veloci e nonostante l'odio doveva riconoscerlo: nell'arte di cagare in testa non avevano rivali in tutto il regno animale.
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