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13 October 2014 @ 03:14 pm
Nell'alto dei cieli  
Adalberto Smerli e' stato un pioniere del volo.
Nato a Monza da padre incerto e da madre distratta venne abbandonato nella culla dell'allora pio ospedale dei fratelli misericordiosi del cammino di A. Bereguardo.
Prese il nome dall'ospedale la cui insegna raggiungeva le dimensioni ragguardevoli di metri quattro.
Nato dunque e poi messo fianco a fianco con bambini cullati dall'amorevole sguardo dei parenti. Gli stessi che nell'ora di visita appanavano il vetro con sospiri di beata adorazione. Lui venne ben presto collocato nelle retrovie dove venne dimenticato e la sua culla usata come poggia asciugamano, fermaporta, sostegno per cartelle cliniche.
Adalberto non piangeva, mai. Neppure quando il suo pannolino era piu' bagnato di un temporale o quando lo stomaco lo scuoteva per la fame.
Capi' subito che a questo mondo se vuoi ottenere qualcosa devi gridare ma che il silenzio vale di piu' di mille parole.
E cosi' stava in silenzio, con i suoi grandi occhi blu scrutava tutto quello che lo circondava assorbendo ogni emozione, oggetto, comportamento.
Cosi' passavano i mesi, ogni tanto qualche infermiera si ricordava di lui e gli allungava un biberon, qualcun'altra attirata dalla puzza gli cambiava il pannolino finche' non si accorsero che era cosi' cresciuto che estrarlo dalla culla senza romperla sarebbe stato quasi impossibile. Il dottor Franzuti, utilizzando il suo ombrello, riusci' a cavarlo fuori come avrebbe fatto con il gheriglio di una noce.
"E ora che ne facciamo di questo ometto?" - disse rivolto alle infermiere.
"Qui non puo' di certo stare, dovremmo portarlo all'orfanatrofio dove qualcuno si occupera' di lui" - rispose l'infermiera di sala Magdala Servetti
Nessuno rispose, Il dottore aveva gia' i pensieri altrove, in particolare rivolti all'altra infermiera, Renata Balletti e al tentativo di invitarla a cena la sera stessa.
Cosi' Adalberto venne affidato ad un portantino, tal Emiliano Corsetti, presidente dell'associazione barbuti italiani, che lo carico' sulla sua autovettura e lo porto' presso l'istituto delle madri misericordiose del terzo giorno di sole dopo una settimana bruttarella.
Era una giornata fredda di quell'inverno che pareva non finire mai e all'uomo sembro' che il piccolo, nonostante il vestitino e la cuffietta, fosse poco coperto cosi' gli mise al collo la sua sciarpa e lo copri' con la giacca di pelle.
L'uomo suono' alla porta con la mano libera, Adalberto, appoggiato alla sua spalla, si reggeva in equilibrio sull'altra mano mostrando una rara capacita' funambolica.
Quando sorella Letizia apri' la porta ebbe una visione:
Un vecchio portantino dalla barba scura che reggeva ritto sulla mano un infante pilota. L'abbigliamento e la passione della la donna per le trasvolate atlantiche, avevano subito dato un senso a quella apparizione.
La donna si scosto' per farli entrare.
Emiliano spiego' la situazione, disse che il piccolo si chiamava Adalberto e che era cosi' buono e silenzioso che non aveva emesso un solo verso durante tutto il tragitto. La donna spalanco' le braccia per accoglierlo e quando vide che il piccolo la imitava ebbe un sussulto.
"Questo piccolo promette bene" - disse la donna
"E' un angioletto!" - disse l'uomo,
"No, un Caproncino" - rispose lei e si riferiva al biplano Caproni Ca. 100 da addestramento, in configurazione sesquiplana invertita.
Quel grande edificio che dava sul viale, divenne la sua nuova casa e se la carita' cristiana avrebbe dovuto essere distribuita equamente tra tutti i bisognosi, sorella Letizia non faceva alcun tentativo per nascondere la sua passione per il piccolo.
Come tutti i bambini Adalberto continuo' a crescere, imparo' a camminare e a parlare (senza mai mostrarsi molto loquace) e il giorno del suo sesto compleanno ricevette in regalo un paio di occhiali da pilota.
Da quel giorno non li levo' mai, solo quando si doveva lavare la faccia li sollevava sulla fronte dando l'impressione di avere un paio di occhi in piu'.
A scuola seguiva le lezioni senza difficolta' e nello studio univa a matematica, storia e scienze anche metereologia, principi di volo, navigazione e la lettura di diari e trattati dei primi pionieri.
Locatelli, De Pinedo, Campanielli avevano compiuto trasvolate di ogni tipo e volato per migliaia di ore, erano creature dell'aria e per Adalberto, figure leggendarie.
Passo' il tempo, comincio' a lavorare e a frequentare la scuola di volo. Troppo povero per poter volare, aveva realizzato nella sua stanza una cabina di pilotaggio utilizzando corde, carrucole e il coperchio di un bidone che usava come cloche.
Li', tra nozioni e fantasia fece i primi voli, a vederlo nessuno avrebbe notato l'assenza del cielo.
Quando Nobile trasvolo' il polo nord a bordo del suo dirigibile Norge N-1 che aveva realizzato da un suo progetto, capi' che anche lui avrebbe potuto tentare un impresa.
Lo rivelo' alla suora la sera stessa. La donna stava diventando vecchia, passava le ore nella sua stanza e gli unici momenti beati erano le visite del ragazzo che non mancavano mai.
"Sorella, voglio costruire un velivolo e salire cosi' in alto da chiedere un favore a quello lassu'" - le disse mentre le carezzava una mano.
"E' stato Nobile vero?" - disse, "Sapevo che quell'uomo avrebbe mosso qualcosa dentro di te... se vuoi la mia benedizione l'avrai". - disse
Adalberto lavorava da dieci anni come saldatore alle vicine officine Gagliazzi,  era riuscito a mettere via ogni soldo guadagnato che investi' nell'acquisto di un Caproni 161 da riparare.
Si dedico' a quell'aereo con tutte le sue forze ed ogni minuto di tempo libero, lo passava all'ombra delle sue doppie ali.
Grazie alle sue capacita' acquisite all'officina, riusci' a rendere stagna la cabina e il ventidue ottobre del 1938 tento' l'impresa.
Dovette indossare uno scafandro riscaldato e affidarsi al sangue freddo ma verso mezzogiorno arrivo' piu' in alto di chiunque altro.


Dal suo diario:
Ho dato motore alle ore 10,45 circa.
L’apparecchio, dopo aver percorso pochi metri, si è staccato dal suolo con tale facilità che non ho quasi avvertito di lasciare il terreno.
Ho puntato verso l’alto, diritto alla meta, senza esitazione, trascinato da un motore potentissimo che cantava con un ritmo ed una regolarità impareggiabile. Ho deviato verso destra, perché il cielo, sulla sinistra, si andava coprendo di nuvole.
Ho visto Roma, la bellissima, venirmi incontro, ingrandendosi via via che ad essa mi avvicinavo. Più lontano il mare color perla, soffuso di foschia lieve.
Le indicazioni degli strumenti di bordo davano "tutto regolare" e la salita proseguiva velocissima mentre in me già si affacciava netta la
speranza che tutto sarebbe andato per il meglio. Raggiunti i 1.000 metri, ho chiuso lo scafandro, isolandomi così dall’aria esterna.
Tutto andava per il meglio. Salivo con una velocità di 12 – 15 metri al secondo e la terra si allontanava velocemente. L’altimetro me ne dava l’esatta sensazione: 5.000 – 6.000- 7.000.
Temperatura dell’olio 70°, pressione dell’olio e della benzina regolare; carburazione ottima; vetri dello scafandro trasparentissimi.
Quest’ultimo fatto era quello che più mi rallegrava, perché avevo temuto da dapprincipio di un appannamento dei vetri per la gran quantità di vapor acqueo che doveva formarsi all’interno dello scafandro per effetto della respirazione e per la traspirazione, invero abbondante, nel primo tratto del volo. I filtri che dovevano fissare il vapore acqueo funzionavano a perfezione.
Temperatura del corpo ottima. Non avvertivo freddo ed ancora potevo aumentare l’intensità della corrente elettrica a disposizione per il
riscaldamento.
10.000 metri. Mi guardo intorno. Terreno a metà coperto di nuvole, foschia all’orizzonte, visibilità scarsa che mi impedisce di scorgere l’Adriatico. Il sole dà alle nuvole, che ormai sovrasto, una bianchezza nivea che fa male agli occhi. Roma sembra inanimata. Il motore gira con tutta regolarità. Vario alquanto la carburazione divenuta un po’ ricca. Salgo, sempre velocemente.
Ad un tratto ho una fitta al cuore. Dal motore esce fumo in abbondanza; ho la sensazione che bruci. Ma è un attimo. Capisco che si tratta della ben nota nuvola che forma l’apparecchio navigante alle alte quote. Si forma sulla sinistra forse perché convogliata da quella parte dal flusso dell’elica, lambisce le ali, la fusoliera e si allontana lasciando una scia abbondante. Mi seguirà fino a 12.000 circa.
Pensavo che dal campo debbono scorgermi e questo mi riavvicina i miei compagni e mi balena un pensiero di simpatia per essi ed un senso di orgoglio.
La nuvola esce dal motore, non continua, ma ad intermittenza rapidissima e passando avanti ai vetri dello scafandro, dà un po’ di capogiro.
Diminuisco ora l’erogazione dell’ossigeno che affluisce con eccessiva abbondanza per effetto della espansione dovuta alla minore densità dell’aria ambiente.
Non penso che al controllo degli strumenti. Ogni altra idea è esclusa.
Cominciano ad avvertirsi gli effetti dell’alta quota che affievoliscono le qualità intellettive. Sono a 12.000 metri. C’è lassù un senso di solitudine tristissimo. Ci si sente isolati, abbandonati, in balia di se stessi. Poi anche tale sensazione scompare. L’effetto dell’alta quota attutisce sempre più le sensazioni.
Avverto freddo alle estremità. Faccio segnare ai reostati il massimo. Sento poco dopo che le temperatura cresce e che il riscaldamento è sufficiente. Osservo le ali dell’apparecchio: sono rigide perfettamente senza una vibrazione. I tiranti non si muovono affatto. Lo scafandro ha degli scricchiolii strani, poco simpatici.
Ho dato allo scafandro la pressione opportuna, che ho poi mantenuta per tutta la salita. Sono a 15.000 metri.
L’apparecchio sembra stanco. Ha una velocità ascensionale assai ridotta. La temperatura dell’olio è salita molto.
Ho timore di non riuscire, ma la mia volontà diviene perciò più ferma.
Seguito quindi a salire, mi volto verso sinistra e scorgo un bagliore, penso sia un riflesso del vetro ma quello persiste, pare quasi una
debole fiammella che mi affianca e mi segue da vicino.
L’indicatore di salita segna 2 metri al secondo, poi 1, poi meno ancora.
Sono arrivato. Tiro la leva di comando sperando di guadagnare gli ultimi metri, ma l’apparecchio non risponde, sembra anzi voglia afflosciarsi. Non posso proseguire, do' un ultima occhiata a quella forma che mi ha seguito e che continua a salire e discendo.
Tornato a terra, non appena pote' congedarsi dai festeggiamenti a lui dedicati, raggiunse l'orfanatrofio. Voleva raccontare a suor Letizia quanto gli era capitato, rivelarle quale fosse il favore che aveva chiesto al Signore  ma fu fermato sulla porta dalla madre superiora che gli comunico' la triste notizia, la donna era spirata poche ore prima.
Lo sconforto' assali' Adalberto che cadde in ginocchio, tutto gli parve inutile allora, fare progetti, arrivare fino a li', la sua impresa ben poca cosa. La donna se ne era andata e lui non era neppure riuscito a salutarla. La madre superiora mise una mano sulla spalla dell'uomo e disse: "Si faccia coraggio, ha vissuto una vita esemplare, ora sara' gia' nell'alto dei cieli".
Fu allora che ad Adalberto venne in mente la luce e un sorriso sostitui' l'afflizione che aveva in volto. Si alzo' e disse:
"Son sicuro che ormai sia arrivata, a 17000 metri il mio aereo non ce la faceva piu' ma lei saliva ancora a tutta forza".


Questo racconto e' dedicato a Enrico Pezzi, aviatore italiano che a bordo di un biplano a pistoni raggiunse l'altezza di 17083 metri.
Il suo record e' ancora imbattuto. (Il suo diario e' apparso sul settimanale "Le Vie dell’Aria n.20 del 15 maggio 1937, mi son permesso di prenderlo in prestito e fare piccole modifiche per adattarlo al racconto).
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