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26 October 2014 @ 09:41 am
Pennuti  
Renzo Pennuti odiava gli uccelli.
Un odio nato nei primi giorni di scuola media quando il suo cognome, unito al suo naso adunco, era stato utilizzato per schernirlo.
"Ma uno come te non dovrebbe avere un trespolo al posto del banco?" - aveva detto Galimberni e tutti a ridere e a girare per la stanza imitando la buffa camminata dei piccioni.
Gli avevano detto che il passaggio dalla scuola elementare a quella media poteva essere traumatico ma pensava fosse per via del maggior impegno richiesto invece si sbagliava, il destino ci sorprende sempre nei modi più inaspettati.
Durante gli anni precedenti non aveva pensato che un cognome, che viene incollato addosso dalla nascita, potesse diventare importante.
Invece fu l'inizio del tormento. Dietro a quello ogni scusa era buona per trovare somiglianze con gli uccelli: "Guardate quel becco! Hai già fatto il bagno nella vaschetta stamattina? Domani ci sarà la festa per il mio compleanno, mi dispiace Pennuti non sei invitato perchè mia mamma non ha trovato i semi per te..."
Renzo non ci sarebbe andato comunque, sapere che i suoi compagni per un intero pomeriggio erano radunati da qualche parte, gli dava la possibilità di giocare nel campetto senza essere disturbato o di passeggiare per il corso senza temere di essere circondato e sbeffeggiato davanti a tutti.
Poi un giorno arrivò la gita di classe, per tutti rappresentava un giorno speciale, per lui un sicuro tormento.
Aveva provato ad evitare di andarci, aveva pregato il padre che non appena aveva sentito le sue motivazioni, aveva cominciato a elencare tutti i "Pennuti" della sua famiglia, c'era stato un notaio, due avvocati, un chirurgo e un famosissimo (a detta sua) aviatore. Non solo sarebbe dovuto andare in gita come tutti gli altri ma al primo scherno avrebbe dovuto rendere tutti eruditi della sua nobile famiglia.
Il mattino della partenza provò a giocare l'ultima carta, mise il termometro sul termosifone, consiglio dell'unico ragazzo con cui scambiava qualche parola (Anche se quello stava bene attento a non farsi scoprire dagli altri per non dover condividere la stessa sorte).
Per non correre rischi lo lasciò a lungo ma il mercurio riempì tutta la scala e arrivò a segnare una temperatura di 42 gradi.
La madre si fece una grossa risata poi gli rifilò una sonora sberla con la promessa di un supplemento se il termometro avesse mostrato in seguito segnali di malfunzionamento.
Con la parole: "Ho già pagato la quota di iscrizione, alla gita ti ci porterei perfino cadavere", lo lasciò davanti alla scuola.
A Renzo scendere dalla cinquecento della madre fece lo stesso effetto di un aviatore che si lancia da un aereo in fiamme senza paracadute.
Quella buttò l' un: "Mi raccomando" e senza attendere risposta aveva chiuso la portiera ed era partita verso l'ufficio.
Da lontano i suoi compagni già gli facevano il verso.
Venne fatto l'appello, non appena rispose: "Presente!" qualcuno gridò: "Chicchirichì!" e la risata generale coprì la voce della professoressa di italiano che, come suo solito, si era lanciata in un discorso complicatissimo sul rispetto reciproco e sull'educazione.
La donna, una veterana dell'insegnamento, armata di buone intenzioni credeva nella scuola considerando la sua professione tra le più importanti per la società. Purtroppo era prolissa e non faceva il minimo sforzo per stare al passo coi tempi o per sintetizzare i concetti con poche, semplici, parole.
Salirono sul pulman granturismo viaggi Cosmo e partirono verso Pisa.
Il viaggio fu lungo e fastidioso per Renzo che provò a dormire (ma lo svegliavano di continuo), ad ascoltare musica (cosa ascolti? Il ballo del QUA QUA?) a concentrarsi su un libro (guardate il pennuto sa leggere! Lo manderemo al circo!) finchè non arrivarono in piazza dei miracoli dove si misero in fila per salire in cima alla famosa torre pendente.
L'ascesa durò un quarto d'ora, era l'attrazione principale della città e turisti di ogni provenienza scattavano foto ogni volta che gli si presentava davanti un nuovo gradino della scala a chiocciola.
Dopo spinte, coppini, e prese in giro arrivarono in cima al settimo anello dove uscirono alla luce del sole.
Soffiava una piacevole brezza, la professoressa sbraitava inutilmente cercando di radunare la classe a cui, (era sua ferma intenzione), avrebbe spiegato l'origine della costruzione e i recenti lavori di consolidamento ad opera del celebre Jamiolkowski.
Come al solito nessuno la ascoltava, correvano intorno alla torre e pungolavano il povero Renzo che cercava invano di raggiungere la donna per fuggire dall'assillo dei compagni.
"La torre pesa 14000 tonnellate e raggiunge l'altezza di 58 metri..." - diceva una guida
"Perchè non spicchi un bel volo?" - disse Battini
Dopo qualche istante di silenzio tutti in coro a dire: "Sii sii dai mostraci come sei bravo!" e intanto lo spingevano vicino alla balaustra.
Renzo provò ad opporre resistenza poi cercò con lo sguardo la professoressa che però era dall'altra parte intenta a spiegare agli unici tre che erano nelle vicinanze.
Prima di poter fare qualunque tentativo Renzo si trovò sul bordo con il corpo premuto contro la ringhiera.
Era dal lato dove la torre è più inclinata e lo sbalzo gli faceva vedere solo il prato sottostante che stava alla fine dei quel pauroso baratro.
Esausto e sfinito si vide passare davanti agli occhi il padre e il suo albero genealogico, la madre che lo accompagnava in gita cadavere, la professoressa e i visi dei suoi compagni che ridevano, tanto per cambiare, di lui.
Allora puntò i piedi e scavalcò in un balzo la ringhiera di ferro stando bene attento a non ferirsi con le punte.
Pensò che era un pensiero sciocco considerato quello che avrebbe fatto subito dopo e si ritrovò perfino a sorridere.
Intorno a lui era calato improvvisamente il silenzio, i suoi compagni si erano scostati dalla ringhiera come se si fosse improvvisamente fatta rovente, i turisti intorno a lui parevano congelati, si sentiva solo il vento e lo scatto di qualche otturatore che voleva immortalare l'evento.
Renzo non ci pensò un istante di più e saltò

Non fu un gran volo ma l'atterraggio preciso sopra il tendone dell'ufficio del turismo dimostrò una balistica precisione.
Non appena riprese fiato si lasciò scivolare a terra sotto lo sguardo stupefatto di chi aveva intorno poi guardò in su dove le teste dei suoi compagni spuntavano dalla balaustra come gargoyle sul tetto di una cattedrale gotica.
Qualcuno si avvicinò, gli disse qualcosa che Renzo non ascoltò, era avvenuto tutto così in fretta che presto tutto tornò alla normalità.
La professoressa non si accorse di niente, certo notò che la classe aveva perso la solita loquacità e quando fece l'appello sulla terrazza della torre e pronunciò il suo nome, qualcuno disse che Pennuti era già sceso, in fondo era la verità.
Da quel giorno nessuno osò più prenderlo in giro, gli bastava avvicinarsi ad una finestra per far calare il silenzio.
Prosit