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19 November 2014 @ 02:33 pm
Il primo giorno  
Non mi scordero' mai il primo giorno in cui arrivai alla Bagongo Enterprise Ltd
C'era il sole e nell'aria la magia che si sente solo la vigilia di Natale o il giorno del tuo compleanno.
Il vestito pronto steso sul letto, la colazione "speciale" e sorrisi come fossero fiocchi di neve che scendevano senza sosta, avevano atteso il mio arrivo per mostrarsi in tutto il loro zuccheroso apprezzamento.
"Jeremy ha un lavoro" - diceva mia madre con la stessa sorpresa che avrebbe riservato se mi fosse spuntata la coda. Gli anni all'universita', i corsi di aggiornamento, il master in tecniche statistiche e movimentazione delle masse, le rette e gli affitti e libri e strumenti e ancora viaggi, tutto all'istante sembrava sparito, quel momento unico e irripetibile divorava tutto il resto con la sua bocca spalancata e affamata di nuovo.
Feci poco onore alla tavola imbandita e uscii di casa dopo aver ricevuto baci e pacche sulle spalle da tutta la famiglia che, radunata sulla porta, mi segui' con lo sguardo finche' non salii sull'autobus.
Arrivai nel quartiere in anticipo, la prima impressione e' quella che conta e il primo giorno avrei subito mostrata di che pasta ero fatto.
L'edificio mi aspettava imponente e severo con le sue pareti interamente coperte di vetro scuro, i sostegni in metallo brunito e le antenne che spuntavano dal tetto come quelle sulla testa di un insetto imprigionato dall'ambra.
Seguii il flusso di impiegati che andava in quella direzione, le loro scarpe lucide riflettevano le luci dei lampioni  ancora accesi come fossero specchi di segnalazione e lanciavano ad ogni passo occhiate ammiccanti di luce.
Le valigette di pelle che parevano ritagliate tutte dallo stesso animale e i loro misteriosi contenuti, le righe nei pantaloni e quelle in diagonale e multicolori delle cravatte regimental erano parte di una divisa.
Anche io stringevo nelle mani la mia valigetta, dono dei miei compagni di corso e ancora vuota in attesa di contenere documenti importanti o lavoro da sbrigare a casa se le ore d'ufficio non fossero state abbastanza.
Perche' io sono un tipo che lavora sodo  ed e' una convinzione confortata dalle frasi che i miei professori amavano ripetermi: "Lei Stewart e' una persona estremamente seria, nella scala della sobrieta' lei si colloca nelle prime posizioni, non si ferma davanti a nulla, persegue il suo obiettivo e quando lo raggiunge e' cosi' umile da non usarlo per vanteria, insomma, se io fossi a capo di una azienda le posso assicurare che la mia scelta cadrebbe su di lei".
E forse era andata proprio cosi' anche se non posso escludere che qualche buona parola del caro docente non avesse, come diciamo dalle nostre parti, oliato il meccanismo.
Arrivai nel piazzale e proseguii vero la portineria.
Attesi il mio turno e quando la donna dietro il bancone mi rivolse la parola mi presentai come neoassunto.
Quella consulto' un registro e salto' fuori il mio cognome anche se risultava che mi chiamassi Geronimo ed era cosi' convinta che per accelerare le pratiche sarei andato all'anagrafe per accontentarla.
Mi consegnarono un badge, mi fecero firmare alcuni fogli che non lessi per non dare l'impressione di essere malfidato e attesi in una anonima sala d'aspetto che qualcuno mi venisse a prendere.
Fuori il flusso di impiegati continuava, mi sembro' la migrazione di qualche strana specie o un vaso sanguigno dove il plasma non smette mai di scorrere.
Dopo alcuni minuti arrivo' un tipetto con l'aria di cercare qualcuno di mai visto prima.
Feci un cenno accompagnandolo con un sorriso, si avvicino' e stringendomi la mano si presento': "Sono Stevenson Abercrombie Mac Mulligan O' Brian ma puo' chiamarmi come vuole, i miei colleghi, tirano palline di carta per attirare la mia attenzione ma le sarei grato se lei usassi la voce, va benissimo anche un grugnito, un urlo, un verso qualunque...
Mi presentai poi lo seguii cercando di non smarrirmi nel flusso della folla grigia.
Arrivammo in un ampio vano dove si spalancavano le porte degli ascensori. Mai ne avevo visti tanti e si muovevano senza sosta.
Entrammo dentro il piu' vicino e salimmo fino al settimo piano.
"Sette e' il mio numero fortunato" - pensai e intanto cercavo di immaginare la mia collocazione.
"Le e' stato riservato un ufficio lato mare, come capo reparto le spetta un ufficio chiuso, noi che siamo alle sue dipendenze difendiamo il fortino dalle scrivanie che stanno poco distante" - disse e mentre camminavamo per il corridoio faceva cenni di saluto a tutti quelli che incrociavamo.
Notai una ragazza molto carina, un uomo grasso con la cravatta slacciata e due tipi che discutevano animatamente di qualcosa che aveva a che fare con le industrie Armel
Da piccolo immaginavo di essere un insetto, una vorace formica legionaria che vegliava sulle operaie pronta a difenderle con la vita.
Quel posto mi pareva un formicaio, osservavo il brulicare del personale, tutto impegnato a svolgere la porzione di lavoro a lui assegnata.
Il rumore delle dita sulle tastiere pareva quello di pioggia battente sopra un tetto di lamiera, i telefoni lanciavano nell'aria la loro voglia di attenzione, la fotocopiatrice illuminava il soffitto e sputava fogli senza interruzione ed io mi sentivo parte di tutto quanto.
(Continua)