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22 November 2014 @ 03:02 pm
Il tempo del ricordo  

Che volesse andarsene lo avevamo capito tutti. Erano state le allusioni, le domande e quel tono indolente con cui aveva preso a muoversi per casa.  Pareva trascinarsi dietro un terribile peso del quale però non avrebbe mai fatto a meno. Mi ricordava zia Carola. Lei che non faceva che lamentarsi degli acciacchi dell'età per poi confessare che erano una benedizione perché quando vedeva le amiche avevano di che parlare.
Camminava per casa reggendosi ai mobili. Le dita a sfiorare i pochi oggetti che vi erano posati sopra e il passo trascinato come se avesse i piedi infilati nel fango. Quando passava da un mobile all'altro, sbrigava il tragitto con una specie di corsa affrettata. Nella sua mente doveva sembrargli una grande impresa mentre ai nostri occhi si mostrava come il tentativo di un infante che muove i primi passi incerti verso le braccia spalancate della mamma. Aveva cominciato a dire che, quando non ci sarebbe più stato, avremmo potuto far ciò che volevamo delle sue cose ma dovevamo prestare particolare attenzione alle monete. La sua collezione era da conservare perché avrebbe acquistato valore col tempo. Poi lo ripeteva e quando arrivava a parlare del valore di ogni esemplare a volte si rendeva conto di averlo già detto. Allora malediceva la sua memoria e si allontanava borbottando come se volesse scappare da se stesso senza riuscirci Una volta mi aveva detto che la vita è per metà vivere e per metà ricordare.  Mi aveva parlato di metter via le noci per l' inverno e poi di mangiarle quando la neve ti impedisce di uscire. Ora,  che si rendeva conto di non riuscire neppure a ricordare cosa aveva mangiato a colazione, era disperato.
Quel mattino mi svegliai che era ancora buio. Aprii gli occhi e fissai il soffitto privo di ombre mentre dal piano di sotto arrivavano dei rumori come di chi cerca di non farne. Sentivo fruscii, dei passi trascinati e infine il rumore della serratura della porta. Mi affacciai alla finestra e lo vidi. Erano mesi che non riuscivamo a fargli mettere il naso fuori casa e adesso era uscito di sua spontanea volontà.  Avevamo provato a convincerlo proponendogli l'acquisto di una sedia a rotelle. Con quella avremmo potuto fare a turno per portarlo fino al parco ma lui aveva sempre rifiutato e ora procedeva lungo il vialetto stringendo in mano il suo bastone. Mi vestii indossando i primi indumenti  che trovai sulla sedia,  scesi di sotto e uscii di casa per seguirlo. Lo ritrovai poco distante che procedeva reggendosi al muro. Il bastone non gli serviva a molto perché ad ogni passo ne muoveva l'estremità senza fargli toccar terra come se rovistasse tra le foglie alla ricerca di funghi.
Continuo' verso il parco, superò il cancello di ingresso e proseguì verso il municipio che stava alla base della collina del castello. Non era certo una fatica seguirlo piuttosto mi pareva guardingo come se temesse di non essere solo.  Un paio di volte attesi dietro un angolo che lui, dopo essersi voltato,  riprendesse a camminare.  Arrivato al municipio proseguì ancora e si infilò nella costruzione dove si trova l'ascensore per il castello.  Non mi sembrava possibile che quell'antica dimora potesse suscitare il suo interesse tuttavia lo lasciai salire nella cabina e quando le porte si chiusero mi avvicinai in attesa della successiva ascensione. Impiego' tre minuti a salire, scendere e salire di nuovo.  Quando raggiunsi la cima di lui non c'era traccia. Mi avvicinai alla biglietteria del castello ma a quell'ora era ancora chiusa. Allora mi misi a correre lungo il sentiero che passa intorno alle mura e quando fui sul lato della collina che scende a picco sul mare, lo vidi. Si trovava oltre la ringhiera che aveva in qualche modo scavalcato.  Il suo bastone giaceva abbandonato per terra così come la sua giacca. Era là,  in pigiama ad un passo appena dall'orrido salto con il vento che agitava la stoffa e giocava con i suoi sottili capelli bianchi. Mi misi a correre senza più temere d'esser visto.  Correvo e urlavo senza pronunciar parola, solo mi uscivano versi con i quali speravo di bloccarlo: "Ouuu! Ehiii!" - gridavo
Mentre mi avvicinavo mi pareva che lentamente  stesse raggiungendo il bordo dove l'erba alta era continuamente mossa dal vento come le onde cinquanta metri più in basso: un piccolo assaggio di quello che gli sarebbe toccato se avesse fatto un altro passo. Con il cuore che pareva voler uscire dal petto,  il fiato corto e la gola in fiamme lo raggiunsi, scavalcai con un balzo la ringhiera e gli afferai un braccio. La mia irruenza lo fece trasalire, si sbilancio' , cademmo sul prato come due sacchi svuotati, lui senza forze, io senza fiato. Rimanemmo qualche istante sdraiati sulla schiena a fissare il cielo come due sopravissuti ad un naufragio, poi dissi: "Nonno, cosa volevi fare?"
Passò qualche istante prima che rispondesse e quando lo fece udii una voce che non pareva la sua. Il suo tono di sempre era cambiato, la rassegnazione  pareva  ora colma di consapevolezza che avevo sempre pensato essere la sua  saggia evoluzione.
"Volevo buttarmi dal punto piu' alto" - sussurrò al cielo
"Guarda che saresti morto anche da una altezza molto inferiore.." - gli risposi per sdrammatizzare.
"Ma io avevo bisogno di tempo" - disse
"Sarei di certo morto ma almeno durante quel volo mi sarebbe passata davanti agli occhi tutta la vita..." - aggiunse.
Allora capii e dissi: "E avresti ricordato..."
Non mi rispose ma ero certo di aver compreso le sue intenzioni. Dopo qualche minuto ci alzammo, lo aiutai a scavalcare la ringhiera poi gli misi sulle spalle la giacca, afferai il bastone e gli ofrii il braccio a cui si aggrappo'  con la stessa forza di un acrobata con il trapezio.
"Andiamo a casa" - dissi "Non hai neppure fatto colazione"
"Ti ho mai parlato della.mia collezione di monete? " - chiese
"No nonno,  mai" - mentii e lui cominciò.
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