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14 December 2014 @ 09:52 am
Il pranzo di Natale  
A Natale si è tutti più buoni, a parte il bollito di nonna Teresa che sembra la rilegatura di un antico manoscritto.
Il colore, che solo due mani abbondanti di salsa verde può cancellare, fa rizzare gli unici pochi capelli che ha in testa zio Guglielmo.
Non appena vede la bestia morta nel vassoio, cerca negli altri invitati sguardi di solidarietà e poi, senza soddisfazione, va in sala dove comincia, con la testa reclinata, a leggere i dorsi dei libri come se potesse trovare quello che insegna a diventare invisibili per poi fuggire di nascosto.
Se non bastasse quella carne coriacea a mettere a dura prova denti da latte, dentiere e apparecchi ortodontici, ci sono i contorni.
Un'infinita serie di accompagnamenti che, a detta di nonna, non possono mancare.
Si va dalle puree di zucca e patate, leggere come fumo che in bocca sprigionano il tradizionale gusto ospedaliero post operatorio, alle verdure a tocchetti che hanno visto l'acqua della cottura solo da lontano. Ci sono funghi, prede di gloriose camminate nei boschi che sopra un antico vassoio di metallo stampato (regalo di nozze della figlia e strappato al di lei desiderio di utilizzarlo come sottovaso), fanno la loro porcina figura al centro del tavolo. Quell'ammasso di muffa marrone pare un cervello in decomposizione e quel fumo, che si alza in sottili volte, pare l'esile traccia di un'ultima, difficile, pensata. Accanto, come la diga di castori che peccando di umiltà hanno voluto erigere una torre per raggiungere il cielo, ecco le patatine fritte, la montagna di frittume scaturita da un grande blocco congelato delle dimensioni di un cuscino e gettate ancora artiche dentro la bocca spalancata della friggitrice. Troppo impegnata con gli altri preparativi, nonna ha scordato di controllare la temperatura o di girare quei tuberi geometrici durante la cottura, ora sono parte di un unico solido dai mille spigoli, una rocca inacessibile, una frittezza inespugnabile, una scultura d'avanguardia che Hirst non riuscirebbe mai a
dividere. Gli spinaci si danno di gomito con le bietole, quelle con la broccolata fino ad arrivare alla catalogna dai riflessi viola e blu che sta sul più alto gradino della scala dell'amarezza. Guai a chi osa metterne una porzione nel piatto, neppure docidi torroni potranno far tornare in vita le papille gustative.
Se Cleopatra fosse stata vegetariana, si sarebbe uccisa con quella malefica erba, se nonna fosse stata la regina d'Egitto, avrebbe costretto gli ospiti a non alzarsi da tavola prima di aver finito tutto il cibo che ingombra la tovaglia di cui si intuisce appena il colore.
Nella festa della nascita nonna celebra la morte, quella di tutti quegli animali che a pezzi stanno sui piatti di portata. Arrosti e cosciotti, ossibuchi e frattaglie, salsicce, cotiche per giungere ai confini dell'anatomia nascosta e commestibile dove rognoni, cervella e trippa paiono sfidare gli ospiti più coraggiosi.
Dentro salsiere che paiono vascelli, gli intingoli aspettano cibo sopra il quale calare per la conquista del sapore. Torbide pozze da cui spunta il manico di un cucchiaio la cui estremità è posata sul fondo insieme, forse, a tesori sommersi, resti di antiche civiltà, briciole di pane, tappi di moscato e stuzzicadenti di antichi pranzi.
Tutta questa attesa è lì sul lungo tavolo, è il trionfo dell'opulenza, dell'eccesso e dell'eccessivo. Gli ospiti sono numerosi ma su quel piano c'è tanto da sfamare una città assediata, da sconfiggere una carestia, da riempire le dispense di Pantagruele.
"Appena siete seduti arrivo con gli antipasti!" - dice lei dalla cucina e tutti si accomodano, fianco a fianco, solidali sfoderano sorrisi, allargano pupille che riflettono le luci dell'albero come se la spelacchiata conifera "made in china" avesse lunghi rami che arrivano fino a lì.
E' un attimo di silenzio, solo un istante nel quale si sente il ronzio delle luci intermittenti, un colpo di tosse che arriva da lontano, la sigla del telegiornale, poi il più piccolo di tutti grida: "Siamo pronti!!!" e comincia il pranzo.
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