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29 June 2015 @ 11:47 am
Trovare la via  

Non c'e' niente di peggio di una pagina bianca, niente.
E si potrebbe pensare che la mancanza di una matita sia ancor piu' grave ma non e' cosi'.
Se si possiede una matita si trova facilmente una superfice da imbrattare, se c'e' solo la pagina bianca si cade presto nello sconforto.
E' come la visione di un esploratore artico che vede davanti a se un uniforme spazio bianco e la sensazione che lo pervade, piu' forte del gelo, e' quella di essere presto inghiottito, di sbiadire fino a diventare parte del paesaggio.

Comunque ci provava ad affrontarla con coraggio, posta davanti a lui, allineata con i bordi della scrivania, circondata da oggetti che sussurravano al mondo la loro funzione, la guardava negli occhi. E immaginava quegli occhi posti a circa due terzi dal basso che lo fissavano con aria di sfida sicuri che lo spazio non sarebbe mai stato violato.
Era uno sguardo annoiato e nello stesso tempo spavaldo, solo a guardarlo faceva scappare ogni voglia di scrittura.
A volte appallottolava il foglio, lo schiacciava tra le dita come se potesse chiudere per sempre quegli occhi fasulli e un istante prima di gettarlo nel cestino, lo srotolava per fargli assumere la forma originale e cercare la rotta tra quelle pieghe casuali come fossero segni su una mappa.
Infilarlo dentro la macchina da scrivere era un procedimento che eseguiva con lentezza, come se fosse un rito o un operazione da svolgere con la massima cura, pena l'invalidazione di eventuali, futuri, scritti.
Anche in quel caso, quando dal rullo spuntavano pochi centimetri quadrati di pallore, rimaneva con le mani sopra i tasti e li spingeva appena fingendo interesse per il meccanismo senza riuscire a scrivere nulla.
Nemmeno la macchina da scrivere rappresentava il suo mezzo ideale, la sua avversione per gli aggeggi e la sua incapacita' nell'utilizzarli al meglio non giocava a suo favore. Aveva preferito una macchina meccanica per la sua semplicita' d'uso ma non era abbastanza. Il foglio rimaneva intonso, e se quando era sul tavolo aveva quello sguardo di commiserazione ora rideva con una risata muta e definitiva.
Allora afferrava la penna, la semplice penna a sfera dotata di capace serbatoio, sfera di acciaio contro le sbavature, comoda impugnatura ergonomica , colorata di un bell'arancio acceso.
A quella si rivolgeva,  provava la punta sul bordo del foglio, controllava il livello di inchiostro.
Finiva per rimettere il tappo, infilarla nel portapenne, osservarla come si farebbe con un fucile alieno che spunta da un portaombrelli.
Non avrebbe mai scritto il romanzo che sentiva di dover scrivere, non con quei mezzi che poi, si diceva, erano tutti antichi e superati, lui che era un uomo moderno non poteva certo inquinare le idee facendole posare sopra un banale foglio di carta, non poteva trasformarle in caratteri incerti o vincolarle al tichettare di una macchina da scrivere.

Compro' un computer, con quello non avrebbe messo limiti al fluire dei pensieri. La pagina bianca si trasformo' presto in una schermata formata da un reticolo di invisibili pixel, nell'angolo in alto a sinistra un cursore, una piccola linea lampeggiante in attesa.
Si ritrovo' a fissarla, a contare le volte che appariva e spariva, a battere il piede sotto la scrivania in sincronia con quel piccolo metronomo che scandiva un tempo senza musica. Quel continuo apparire e sparire gli ricordava la freccia di un camion fermo ad un incrocio.
Aveva un che di ipnotico e sembrava trasmettere al suo cervello in codice morse : "Tu non sei capace di scrivere una sola parola".
Quando premeva tasti a caso osservava i caratteri che apparivano dal nulla e spingevano il cursore in avanti come se alla fine della schermata volessero buttarlo di sotto, poi si accorse di quel tasto con la freccia che trasformava il cursore in un vorace predatore. Con la stessa naturalezza con la quale creava parole le inghiottiva fino a tornare a quella distesa di neve che brillava sotto il vetro dello schermo.

Comincio' ad essere affascinato da quell'aspetto, propose ad un amico che aveva scritto un romanzo, di mandarglielo in modo che lui potesse leggerlo ed eventualmente dare qualche parere o consiglio.
Gli arrivo' il file nella sua casella email e lo apri' con l'apposito programma.
Al principio comincio' a leggere, curioso soprattutto di come l'amico fosse riuscito a superare quello scoglio nascosto che lui credeva celato sotto le prime parole. Poi, dopo poche pagine, ando' alla fine.
Basto' un semplice "clic" per trovarsi a pagina trecento. Il cursore era balzato in un istante sopra milioni di parole e ora stava li', lampeggiante e pronto.
Avrebbe potuto aggiungere qualche parola, se solo avesse voluto, ma preferi' premere il tasto con la freccia ed osservare la sua opera vorace.
Sparirono lettere, parole, righe, interi capitoli. Bastava alzare il dito per bloccare la carneficina, abbassarlo per continuare l'opera.
Gli ci volle tutta la mattina: erano le dodici in punto quando il cursore si fermo' nell'angolo in alto a sinistra senza piu' nulla da divorare.
Aveva fatto sparire tutto, giorni e giorni di parole e idee. La trama era solo un fantasma, i personaggi mai esistiti.

Non era mai riuscito a lavorare cosi' sodo, la concentrazione ferrea, la convinzione assoluta.
Comincio' a sentirsi realizzato come se avesse appena messo il punto in fondo ad un grande romanzo.
Acquisto' allora un programma piu' evoluto: se si manteneva premuto il tasto con la freccia il cursore aumentava la sua ingordigia, filava cosi' veloce che l'occhio quasi non riusciva a stargli dietro. Era diventato la nemesi di uno scrittore.

A chi sosteneva che per cancellare un libro basta un "clic" rispondeva che il tempo per distruggere doveva essere consono a quello dedicato allo scrivere, un libro non si crea con un "clic" e non sara' mai un "clic" a cancellarlo con cura.
La pagina bianca e' un arrivo, non la partenza... - diceva
Prosit

 
 
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